Mare amaro

L’era dell’Antropocene dove l’uomo mette in pericolo la sua specie

Siamo nell’Antropocene, l’Era in cui i comportamenti individuali e collettivi di noi esseri umani sono in grado di produrre mutamenti tanto drastici allo stato del pianeta Terra da mettere perfino a rischio la stessa sopravvivenza della nostra specie. Abbiamo cambiato il clima, modificato la temperatura globale, ridotto i ghiacciai, sterminato volontariamente o con la nostra sola ingombrante presenza una quantità di specie animali e vegetali che hanno avuto la sventura di incontrarci sulla loro strada. Ma come dice il rapporto degli esperti sul “Futuro dell’Oceano e dei Mari” preparato per i leader del G7 che pubblichiamo nella pagina precedente, se è vero che è stata messa a repentaglio la capacità di tenuta del sistema marino, allo stesso tempo bisogna ammettere che sappiamo davvero pochissimo di come funzionano i processi chimici, biologici e fisici che riguardano il mare.

Non abbiamo modelli in grado di simulare i comportamenti futuri del mare e della vita che conserva, dicono gli scienziati che hanno elaborato il rapporto (un gruppo di lavoro di altissimo livello, di cui fa parte anche il nostro collaboratore Ferdinando Boero). E non abbiamo neanche dati sufficienti per seguire l’evoluzione di quanto accade negli ambienti marini. Si investe troppo poco nella ricerca sul mare, non si usano le tecniche più moderne di raccolta delle informazioni, non c’è coordinamento internazionale. Risultato: sappiamo quello che sta succedendo – cose non molto belle, va da sé - ai mari della Terra. Ma non ne sappiamo abbastanza per capire in che modo i diversi fenomeni in atto si intrecciano o interagiscono tra di loro, e soprattutto non sappiamo come concentrare i nostri sforzi per limitare le conseguenze perniciose di quello che abbiamo causato.

Lo studio prende in esame sette aspetti, su cui chiede ai Grandi della Terra di prendere decisioni e iniziative concrete. I primi due, considerati prioritari sia pure per ragioni opposte, sono il dilagare dell’inquinamento del mare da parte di materiali plastici e l’imminente apertura della ricerca e dello sfruttamento di vere e proprie miniere sottomarine. L’emergenza plastica – che non si degrada e non si distrugge, creando in mezzo al mare immense “zuppe” di detriti concentrati e aggregati, e che finisce nella catena alimentare di pesci e uccelli e uomini, con conseguenze ancora non ben valutate – in particolare pare davvero preoccupante.

L’acidificazione degli oceani con lo sbiancamento dei coralli, la riduzione della presenza di ossigeno nelle profondità marine che ha prodotto la “desertificazione” di molte aree costiere, quasi prive di vita, e l’aumento della temperatura media delle acque sono temi collegati. Dipendono in modo diretto o indiretto dal più generale problema del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, e possono essere risolti riducendo le emissioni di gas serra. Infine, altri due nodi vengono affrontati nel documento degli scienziati: la perdita di biodiversità marina e la degradazione dell’ecosistema. Sono fattori economici significativi, anche se a volte quello che chiamiamo “mercato” non ne tiene conto. Se facessimo i conti nel modo giusto, capiremmo che salvare il mare è necessario per salvare l’umanità.


[Numero: 30]