Mare amaro

Così sta cambiando il mare: per salvarci dobbiamo salvarlo

Gli incontri dei G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) sono occasione, per i sette “grandi”, di discutere dei problemi del pianeta.

Prima di ogni riunione, i G7 chiedono alla comunità scientifica dei rispettivi paesi di mettere a punto i documenti che evidenzino problematiche di importanza mondiale. Il 70% del pianeta è coperto di acqua e l’oceano globale, con i mari collegati, è il volano che fa funzionare i sistemi ambientali che permettono la nostra sopravvivenza.

La comunità scientifica interpellata dai G7 ha individuato sette tematiche cruciali per il prossimo incontro del 26 e 27 maggio a Tokyo:

La plastica

Giulio Natta, vincitore 1963 del Nobel per la Chimica, ha messo a punto negli anni Cinquanta il sistema per ricavare un materiale dal petrolio: la plastica. L’invenzione di Natta ha rivoluzionato il nostro modo di produrre, e il nuovo materiale è diventato onnipresente. Ma, dopo pochi decenni di intensissimo utilizzo, l’oceano è invaso dalla plastica. Gli oggetti si sfaldano e si formano le microplastiche, che entrano nelle reti alimentari mettendo a repentaglio gli organismi e gli ecosistemi. Bisogna rimuovere questa spazzatura, e bisogna smettere di immetterne di nuova. Una sfida globale.

L’estrazione di minerali dal mare profondo e il suo impatto sugli ecosistemi

Abbiamo intaccato in modo significativo le risorse minerarie terrestri e ora pianifichiamo le miniere sottomarine. Già estraiamo il petrolio, ma sul fondo del mare ci sono altri minerali utili alle nostre attività, primo tra tutti il manganese. Di chi sono quei minerali, quando si trovano al di fuori delle acque territoriali di singoli paesi? Che impatto avranno queste attività estrattive sugli ecosistemi marini? È un campo di indagine ancora in via di definizione e, prima di iniziare, sarà bene comprendere le implicazioni di queste attività.

Acidificazione degli oceani

L’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera provoca l’aumento dell’acidità dei mari, minacciando gli organismi con scheletro calcareo, come i molluschi e i coralli. È un fenomeno nuovo, che ha implicazioni ancora sconosciute nel medio e lungo termine. Le prime risposte degli ecosistemi iniziano a diventare evidenti, e l’acidità si somma all’aumento di temperatura nel minare la salute di importanti componenti degli ecosistemi.

De-ossigenazione

Le zone prive di ossigeno sono anch’esse dovute al riscaldamento globale che riduce il mescolamento delle acque. L’atmosfera ossigena le acque superficiali che, a causa del raffreddamento, affondano e portano l’ossigeno nel mare profondo. Con il riscaldamento globale il raffreddamento non è sufficiente e il trasferimento dell’ossigeno è meno efficiente, con ripercussioni molto drastiche che possono portare a mortalità di massa di molte specie.

Riscaldamento degli oceani

Questa modificazione, dovuta al riscaldamento globale, è evidente negli strati oceanici superficiali, ma tende ad influenzare anche il mare profondo, con conseguenze ancora non ben comprese, con effetti a cascata che sono considerate anche nelle voci precedenti (acidificazione, de-ossigenazione). Il clima si modifica molto velocemente a causa nostra e, oltre a diagnosticare gli effetti, sarà necessario correre al riparo per rimuovere le cause di questi sconvolgimenti globali, visto che in gran parte dipendono da noi.

Perdita di biodiversità

A terra abbiamo sfruttato le popolazioni naturali a tal punto che tutto deriva dall’agricoltura. In mare no: possiamo ancora trarre risorse da popolazioni naturali, con la pesca. Ma stiamo rapidamente passando all’acquacoltura perché le popolazioni naturali non ce la fanno più a sopportare il prelievo di pesca. I pesci sono solo la punta dell’iceberg. Il nostro impatto riguarda anche milioni di specie che neppure conosciamo e sono queste specie che fanno funzionare gli ecosistemi. Non sappiamo neppure cosa stiamo perdendo, visto che l’esplorazione della biodiversità è molto lontana dall’esser completata.

Degrado degli ecosistemi

Questo aspetto riassume tutti i precedenti. I singoli impatti e i loro effetti contribuiscono, tutti, al degrado degli ecosistemi. Si tratta di fenomeni evidentissimi, ricavati dal confronto delle situazioni attuali con quelle di anche pochi decenni fa. Perdiamo habitat, e specie, e variabilità genetica. La fisica e la chimica sono alterate, e i sistemi biologici cambiano, si adattano a queste nuove condizioni, ma non sono più in grado di fornire a noi i beni (cibo e materiali) e i servizi (clima stabile, aria da respirare, un ciclo dell’acqua a noi favorevole) che garantiscono il nostro benessere.

Un solo grande oceano

Questi impatti sono stati identificati con ricerche mirate, ma è sempre più importante avere una visione completa della situazione del pianeta. Le sinergie degli impatti portano ad effetti inattesi se ogni fonte di stress viene analizzata separatamente dalle altre. La scienza è spesso riduzionistica: un problema complesso viene suddiviso in una serie di problemi più semplici, affrontati uno alla volta. Ma il tutto è più della somma delle singole parti. Le varie discipline devono unire le forze e effettuare una sintesi ancora neppure tentata. L’approccio olistico, che vede il “tutto” come oggetto di indagine deve fare tesoro delle conquiste riduzionistiche, ma le deve integrare per proporre soluzioni che non implichino ulteriori problemi: c’è un solo grande oceano.

Ci sono enormi margini di progresso tecnologico e scientifico, dobbiamo rivedere i nostri sistemi di produzione mettendo in campo le energie migliori. Lo potremo fare se cambieremo profondamente la nostra cultura e il nostro modo di affrontare i problemi. Come parte dei G7 abbiamo le carte in regola per contribuire in modo determinante al progresso globale. Ma non potremo farlo se non metteremo la salvaguardia dell’ambiente al primo posto.

Steven Hawking ha recentemente proposto la colonizzazione di altri pianeti come unica possibilità di salvezza per la nostra specie. Non è vero. Non esistono altri pianeti dove siano presenti ecosistemi simili a quelli terrestri. Non basta la fisica, e neppure la chimica. Noi dipendiamo da ecosistemi costituiti da milioni di specie. Non ci sono altri posti così, non ci sono alternative. Stiamo minando le premesse per la nostra sopravvivenza, non abbiamo più scuse. Le priorità sono ben definite, e non possiamo più eluderle.


[Numero: 30]