Mare amaro

Caccia alla plastica un batterio ci aiuterà

Ogni anno nel mondo si producono 300 milioni di tonnellate di plastica. Il 10 per cento finisce in mare. C’è plastica che si vede: sacchetti e filtri di sigaretta in altalena sulle onde. Ma ben di più è quella che non si vede: sui fondali o in remote distese galleggianti, accumulate dalle correnti marine. Nel 1997 Charles Moore con il suo catamarano si incagliò in un’isola di plastiche assortite in mezzo al Pacifico: è grande come il Canada. Da allora lotta per pulire i mari. Con i suoi articoli ha vinto il Premio Pulitzer, ma non la battaglia contro la plastica.

Invisibile e insidiosa è la lenta nevicata di micro-frammenti plastici che dal pelo dell’acqua cala negli abissi. Ci vogliono anni, ma sotto l’azione dei raggi ultravioletti del Sole, la plastica in mare si degrada. Ridotta in pezzetti di frazioni di millimetro, assorbe inquinanti come pirene e diossine. Mentre affonda, in parte viene inghiottita da pesci e molluschi che possono finire nel nostro piatto: una cozza filtra 50 litri di acqua al giorno.

In mari come l’Adriatico il problema è più evidente. Ma soffre tutto il Mediterraneo perché il ricambio di acqua attraverso Gibilterra richiede circa 90 anni: si stima che sul suo fondo giacciano più di mille rifiuti plastici per km quadrato.

Le coste italiane hanno una densità di abitanti più che doppia rispetto alla media nazionale e d’estate, specie sull’Adriatico, preme una enorme popolazione balneare. I turisti ignorano la nevicata di microplastica ma a ragione aborrono la plastica in bella vista. Ricercatori di Ca’ Foscari e dell’Ispra di Chioggia (Istituto superiore per la protezione dell’ambiente) su 52 dei 70 chilometri di canali di Venezia hanno raccolto 5300 oggetti galleggianti, uno ogni 10 metri. L’86% era di plastica: gli accendini erano il 24%, il 17% bottigliette. Sui fondali, i rifiuti plastici di maggiori dimensioni sono quelli abbandonati dai pescatori. Uno studio dell’Ispra di Chioggia guidato da Tomaso Fortibuoni, con sei barche da pesca a strascico in sei mesi ha riportato a riva 23 tonnellate di rifiuti: il 76% è plastica, l’11% gomma sintetica, l’8% prodotti tessili, il 4% metalli.

Ci sono soluzioni scientifiche per bonificare i mari dalla plastica?

Giuliano Pojana, Università di Ca’ Foscari (Venezia), studia rimedi per la microplastica che fluttua nell’Adriatico. L’Università di Gand (Belgio) lavora su microbi che la divorino, come già si è fatto con batteri mangia-petrolio modificati geneticamente. Un ricercatore dell’IIT, Istituto italiano di tecnologia, aveva immaginato un robot alimentato da celle fotovoltaiche, del tutto autonomo e dotato di GPS che raccogliesse senza sosta la plastica galleggiante, per compattarla e riportarla a riva.

Purtroppo il problema è più complesso di quanto sembri: la maggior parte della plastica in termini di volume non galleggia, ed è molto difficile spazzare via i frammenti di frazioni di millimetro. All’IIT il più recente attacco al problema viene dal settore Smart Materials diretto da Athanassia Athanassiou, che ha già sviluppato materiali porosi funzionali per ripulire le acque da metalli pesanti. Una ricercatrice del gruppo, Despina Fragouli, lavora su materiali porosi capaci di attrarre le nanoplastiche per via elettrostatica: il principio è lo stesso per cui una matita, sfregata su un tessuto di lana, attrae pezzetti di carta. I frammenti catturati vengono poi bloccati chimicamente sul materiale stesso. Un’altra idea che Fragouli sta esplorando punta a immobilizzare specifici batteri mangiaplastica in una matrice solida. Su “Science” nel marzo scorso Shosuke Yoshida (Kyoto Institute of Technology) annunciava che il batterio Ideonella sakaiensis con due soli enzimi smonta il polietilene. I batteri ingrassano e l’acqua si pulisce.


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