maggio francese

Tocca alla politica vincere la paura di ogni cambiamento

S e l’economia francese soffrisse di tutti i malanni che le attribuiscono i tedeschi, sarebbe già a terra. Non lo è. Però deperisce; e non promette bene che il Paese recalcitri contro ogni possibile terapia.

Benché per due secoli si sia mostrata assai creativa, oggi la politica francese non riesce ad affrontare problemi che minacciano di aggravarsi con il tempo: deindustrializzazione, disoccupati in aumento, precariato, periferie in un circolo vizioso di esclusione.

Rispetto all’Italia si può contare su uno Stato efficiente, su un’istruzione di gran lunga migliore, su gruppi capitalistici più internazionalizzati. Eppure la produzione industriale è al 17% sotto il livello pre-crisi, non molto avanti a noi. Il bilancio dello Stato è meno gravato da vecchi errori ma in deficit corrente più serio del nostro.

La Francia pare resistere a ogni cambiamento. Mentre ognuno difende il proprio orticello di vantaggi anche minimi santificati da lunga tradizione nazionale, trova ascolto chi addita colpevoli lontani: per l’estrema destra gli immigrati e l’Europa, per l’estrema sinistra il capitalismo globalizzato.

Marine Le Pen guadagna sempre più consensi tra i votanti, all’opposto gli intellettuali guardano con simpatia al nuovo fenomeno massimalista della “Nuit debout”, le notti di discussione politica in piazza.

Il corto circuito tra difesa di interessi spiccioli e ricerca di capri espiatori alieni rende impopolare scendere nel concreto. Se le imprese preferiscono assumere precari invece di offrire Cdi (contratti a tempo indeterminato), è colpa dell’euro, degli immigrati, della perfidia del capitalismo oppure esistono rimedi a portata di mano?

Per aver osato sostenere che ne esistono, Jean Tirole, economista premio Nobel, è stato ingiuriato come amico dei padroni. E il primo tentativo di intervenire, l’attuale legge El Khomri, come tutte le cose fatte a metà mobilita gli oppositori senza riuscire a dare speranza a chi il posto fisso non lo ha.

Ugualmente, pare vietato chiedersi se tra le cause della disoccupazione non possa essere il livello troppo alto a cui è fissato lo Smic, il salario minimo (grande istituzione sociale in Italia mancante).

Che l’interesse generale si sia da tempo smarrito nel litigioso arroccarsi di corporazioni grandi e piccole, lo hanno capito anche i giovani protestatari della “Nuit debout”; si illudono di rimediarvi unendosi nel no a tutto. La solidarietà nella ribellione aveva senso in un passato lontano in cui erano in molti ad avere poco da perdere; oggi non lievita.

La delusione per le ricette che attribuivano un potere magico al mercato investe anche i Paesi che, come la Francia, non le hanno mai davvero sperimentate. Ma la politica deve saper realizzare baratti; deve vincere il timore che tutto ciò che cambia cambierà in peggio. Alcuni lo hanno capito, ma l’assetto presente dei partiti ostacola la loro ascesa.


[Numero: 29]