maggio francese

Per cortesia, ridateci la Francia

C ari francesi, s’il vous plait, ridateci la Francia. Ridateci “je suis Charlie”, quel fiume di gente che domenica 11 gennaio 2015 ha rotto gli argini della paura e delle convenzioni, dilatando place de la République in un infinito universale. Milioni di persone che tenevano alte in mano delle semplici matite, come quelle che gli assassini di Allah avevano spezzato nelle mani di vignettisti, allegri, ironici, feroci e spesso sgarbati. Sì, perché la libertà può essere anche sgarbata.

Ridateci la Francia di Jean-Paul Sartre e Raymond Aron, il “maoista” e il liberale, due nemici per la pelle che vanno insieme all’Eliseo per chiedere al presidente Giscard di muovere la marina e salvare i boat people che annegano a migliaia nel mar della Cina in fuga dalle dittature rosse. Era il 1979.

Ridateci la Francia di François Mitterrand, il più machiavellico e cinico dei presidenti, capace però di prendere per mano il cancelliere tedesco Helmut Kohl nel più potente e simbolico dei gesti sul prato di Verdun, dove ebbe luogo la più cruenta battaglia del Novecento, con almeno un milione di morti: «Mai più guerre in Europa». Era il 1984.

Ridateci la Francia di André Glucksmann, che va a Mosca a sfidare i generali di Putin così uguali a quelli di Stalin e dello zar e si carica sulle spalle da solo la difesa della Cecenia, quel piccolo popolo perennemente ribelle e per questo aggredito e deportato. La guerra della nuova Russia che stava decimando i ceceni trasformandoli in terroristi islamici si è consumata nel silenzio e nella complicità di tutto l’Occidente. Era il 2001.

Ridateci una Francia che crede nella sua insuperabile retorica, per quanta ipocrisia e ragion di stato possa comprendere. Noi che ce ne facciamo di questa Francia senza respiro dove l’agenda politica viene dettata dalla figlia del vecchio duce fascista, dal partito dei Le Pen riccamente finanziato dal Cremlino? Si dice: il popolo e i giovani la votano. E allora? Troppo facile prendere voti giocando sui fantasmi e le paure della gente, per quanto legittime. La promessa del ritorno alle piccole nazioni di un tempo è peggio che spacciare un’illusione.

In questa pagina Eric Fottorino enumera con fredda costernazione i demoni che oggi agitano i giorni e le notti dei francesi. Stefano Lepri ci spiega le ragioni emotive e culturali delle resistenze al cambiamento. Leila Slimani, giovane scrittrice marocchina, che a Parigi ha scoperto di poter affermare sé stessa senza negare gli altri, ci dice la felicità di poter essere una donna libera, la joie de vivre nella “nostra” Francia.

Carlo Ossola, professore al Collège de France, uno dei santuari della grande cultura francese, ci racconta le lezioni organizzate dopo le rivolte in banlieue, dove ora nessuno vuole più andare a insegnare. Eppure è quella la missione della Francia che vogliamo ritrovare. Il paese che rappresenta la «seconda patria per gli uomini liberi di tutto il mondo», come disse il presidente americano Thomas Jefferson. Senza Grandeur non è la Francia. E di un paese che chiude le frontiere agli esuli di un suo vecchio protettorato come la Siria inseguendo l’illusoria promessa nazionalista di Marine Le Pen, noi non sappiamo che farcene.


[Numero: 29]