Maggio francese

Non possiamo più dare lezioni a nessuno

Pessimisti, scontenti, infelici. Addirittura piagnucoloni: è l’immagine dei francesi nei sondaggi, nei dibattiti pubblici, quando si esprimono sul loro futuro. Ma è proprio così? Marcel Gauchet, settant’anni, filosofo, ha appena pubblicato Comprendre le malheur français, edito da Stock. Ha cercato di capirla l’infelicità dei suoi connazionali. E lui, intellettuale della gauche, ma sempre vigile e allergico ai dogmi (fin da quando, da giovane, se la prendeva con gli stalinisti che si ritrovò nella sua cerchia, nella Normandia natale), alla fine l’ha trovata perfino costruttiva quest’infelicità. Ma andiamo per gradi.

Il suo è un Paese d’infelici?

I francesi sono estremamente pessimisti. Ma nelle inchieste dichiarano che a titolo personale sono abbastanza soddisfatti. Insomma, non siamo così disperati. Più che per loro, i francesi sono preoccupati per l’avvenire dei figli e del proprio Paese.

Perché?

La Francia ha una tradizione politica universalistica. Qui la gente, a partire dalla Rivoluzione francese, cerca soluzioni non solo per se stessa, ma che siano valide per tutti. È chiaro: le soluzioni alla francese, che abbiamo messo due secoli a elaborare, non funzionano più su scala mondiale. Non abbiamo più niente da insegnare a nessuno.

In cosa consiste il modello francese?

Siamo probabilmente il Paese che ha riposto più speranza nella capacità di uno Stato razionale e di diritto di    condurre una società verso l’eguaglianza. Invece, la ricetta banale oggi dell’economia globalizzata, che si ritrova ovunque, dalla Cina alla Patagonia, è che prevalgono il mercato e i soldi. E l’ineguaglianza è percepita come qualcosa che va di pari passo con l’iniziativa individuale, ormai il valore per eccellenza. I francesi sono strani: anarchici e al tempo stesso autoritari. E molto attaccati all’eguaglianza sociale.

La globalizzazione ha sconvolto tutto il loro “mondo”?

Sì, anche se poi certe imprese e settori economici in Francia se la sbrigano pure bene con la globalizzazione. Il problema è di fondo: riguarda la maniera in cui si vive l’economia.

E il suo rapporto con la politica.

Proprio così. Per i francesi l’economia è subordinata alla politica. Mentre nel mondo di oggi l’economia prevale sulla politica: per noi questo è insopportabile, incomprensibile. È quello che esprime un movimento come Nuit debout.

Parlando della Francia contemporanea, non si possono omettere gli attentati del 2015. C’è un prima e un dopo.

Quella violenza ci è spontaneamente impensabile. Non rientra nelle nostre griglie di letture abituali. Per spiegarla andiamo a cercare ragioni economiche e sociali, che invece rappresentano solo i fattori scatenanti. Si tratta proprio di un fenomeno religioso.

Davvero così incomprensibile?

No, mi vengono in mente Lutero e Calvino, che furono dei fondamentalisti cristiani, non violenti ma autoritari. Volevano ritornare a una sorta di verità cristiana. E spinsero tutti a rimettersi a leggere la Bibbia. Fu benefico. Oggi i fondamentalisti islamici fanno una rilettura completamente non tradizionale dell’islam. Sono fanatici, pazzi da certi punti di vista. Ma condannano il mondo musulmano a una migliore spiegazione del proprio credo.

Ritornando al dibattito politico, non crede che la Francia dovrebbe lasciare più spazio al pragmatismo? La crisi economica è forte: bisogna fare in fretta.

Sì, ma i francesi, a differenza degli altri, non vogliono uscire dalla crisi in qualsiasi modo. Tutti ci dicono che per lottare contro la disoccupazione, bisogna fare come i tedeschi: moltiplicare il part time e il lavoro precario, perché è meglio che la gente lavori anche se quello che faranno e il contratto che otterranno non saranno l’ideale. Qui, però, i sindacati non lo accettano. E neanche i francesi in generale.

Basta vedere come è andata con la legge della ministra del Lavoro Myriam El Khomri, una sorta di Jobs Act in salsa francese che ha spaccato il Paese. Perché?

La stragrande maggioranza dei francesi è contraria a quella legge. E molti di loro sono elettori di destra. Vogliono uscire dalla crisi ma non a ogni costo. Facendo qualunque lavoro e a qualsiasi condizione. E rinunciando ai propri sogni. Si può dire che i francesi non abbiano i piedi per terra, che non siano pragmatici. Ma sono fatti così. Nutrono una fiducia totale nella politica, dalla quale vogliono risposte importanti a domande importanti. Se non le hanno, come capita oggi, si deprimono.

Quindi, François Hollande è in parte responsabile di questa “infelicità” tutta francese?

Certamente. D’altra parte abbiamo avuto tre presidenti successivi, dopo François Mitterrand, che hanno dato uno spettacolo terribile di loro stessi. Jacques Chirac, considerato un brav’uomo, era un “re fannullone”, come in Francia chiamiamo con disprezzo i merovingi. Nicolas Sarkozy era un mezzo pazzo e per di più un personaggio disonesto. Hollande è simpatico ma incarna la debolezza politica. E così in un Paese che vuole credere ancora nella politica, abbiamo persone che non ci consentono di farlo. Questo favorisce la rivolta tipicamente autoritaria del Front national, una sorta di caudillismo latinoamericano.

Non è strano per un Paese che vuole essere un modello per tutti?

Ritorniamo alle nostre contraddizioni: l’attrazione per il pugno duro, per l’autorità. Per l’uomo provvidenza.

Potrebbe essere Emmanuel Macron, l’attuale ministro dell’Economia, che sale sempre più nei sondaggi?

Non so. Non lo conosco bene. Anzi, nessuno lo conosce davvero. A prima vista sembra l’incarnazione di qualcosa che aleggia sull’Europa da tempo, la Terza via, da Blair a Schröder. E che, alla fine, non ha funzionato da nessuna parte. In ogni caso, ha una visione troppo economica delle cose. E, invece, ai francesi non bisogna parlare di economia ma di politica.

Senta signor Gauchet, ma non è che lei, riflettendo sull’infelicità francese, è diventato troppo pessimista sul suo Paese?

Non è vero. Credo che la Francia abbia una grande risorsa: non si rassegna mai. I francesi finiranno per elaborare qualcosa per adattarsi a una situazione internazionale che non dipende da loro e che non hanno previsto. Forse sarà un modello per l’Europa, per il mondo: è una malattia nazionale…

Perché non una nuova versione della Terza via?

Quella ha fallito. Doveva essere un’evoluzione della socialdemocrazia. Ne abbandonava le soluzioni collettivistiche, mantenendo il resto: l’ideale della giustizia sociale. Ma a forza di correre dietro l’economia, si finisce per farle troppe concessioni. Io credo più a una forma di democrazia sociale, dove si metta finalmente l’economia al servizio della politica. La Francia può creare qualcosa di nuovo da questo punto di vista. Ne sono sicuro.


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