Maggio francese

La Chine “en rose” di Sophie Marceau

Sophie Marceau è una star conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. La “piccola fidanzata di Francia”, soprannome che le deriva dalla sua interpretazione di Vic in Il tempo delle mele , il film che l’ha rivelata nel 1980 al grande pubblico, ha recentemente fatto parlare di sé criticando in maniera spettacolare la consegna della Legione d’onore al ministro dell’interno dell’Arabia Saudita, Mohammed Ben Nayef. In un tweet ha ripreso il titolo di un articolo apparso su Le Monde : “Arabia Saudita: Legione d’Onore e decapitazioni”. E ha aggiunto un commento altero: «Ecco perché ho rifiutato la Legione d’Onore». Diritti umani o marketing? L’attrice è un’habituée delle dichiarazioni ad alto impatto. Quando fu scoperta la relazione tra Julie Gayet e François Hollande, si espresse senza mezzi termini su una rivista definendo il Presidente della Repubblica «vile e cafone» e ammettendo di non aver votato per lui.

Dunque Sophie Marceau è molto preoccupata per i diritti dell’uomo. È senza dubbio per questo che nel 2014 in occasione del nuovo anno ha cantato La vie en rose d’Edith Piaf sulla rete CCTV, televisione di stato cinese. Un paese fortemente rispettoso delle libertà individuali come tutti sanno. Il rocker Cui Jian, che aveva ispirato il movimento pro-democrazia schiacciato nel sangue nel 1989, non era stato invitato a questa serata. CCTV è ben nota per evitare i temi sensibili, mentre i giornalisti che cercano di oltrepassare questo limite sono licenziati. Allo stesso modo, Chai Jing, specialista di questioni ambientali che aveva messo online tramite un social media cinese un documentario di denuncia sulle devastazioni causate dall’inquinamento è stato censurato nel giro di 48 ore. A una domanda sulla situazione dei diritti umani in Cina Sophie Marceau ha risposto «c’è ancora strada da fare, è chiaro. Ma stiamo parlando di una grande nazione con un popolo che ha una grande storia alle spalle e che non si lascerà intimidire o ordinare cosa e come fare». Poco importa per lei che questo Paese sia al 173emo posto per quanto riguarda la libertà di stampa e detenga il record mondiale di detenuti condannati a morti. O ancora che alcuni registi, come Lou Ye (autore di Yihe yuan) o Zhang Yimou (che ha diretto Vivere), non possano praticare il loro mestiere da anni perché i loro film danno fastidio alle autorità. D’altronde, Sophie Marceau non si è armata di un tweet per manifestare il suo cruccio e la sua indignazione quando a maggio 2013 François Hollande, in totale discrezione, aveva insignito del grado di Grande Ufficiale della Legione d’Onore l’ambasciatore cinese in Francia, Kong Quand, mentre il premio Nobel per la pace Xiabo marciva nelle carceri cinesi. Ma in fondo, nel XXI secolo, Sophie Marceau non fa altro che riprodurre l’atteggiamento dei prestigiosi intellettuali francesi, quali Roland Barthes, Philippe Sollers e Julia Kristeva, che nel 1974 di ritorno da un tour sul luogo glorificava la Cina di Mao. Nel suo libro Sui cinesi, Kristeva scriveva: «Mao ha liberato le donne» e «risolto la questione sessuale».


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