maggio francese

In banlieue non ci va più nessuno a far scuola. Ma a Parigi si continua a progettare il futuro

Insegno al Collège de France, nel cuore di Parigi, dal gennaio 2000; era la prima cattedra affidata a un italiano nei tempi moderni e il gesto venne salutato come la conferma di una coscienza europea che avrebbe innervato la cultura e la società del XXI secolo. In effetti dopo l’esperimento della « cattadra europea » annuale, affidata - nei primi anni (1989-1993) – a Harald Weinrich, Wolf Lepenies, Bronisław Geremek e a Umberto Eco, testimoni e protagonisti di una nuova Europa senza più frontiere, il numero dei professori “stranieri” al Collège è salito sino a 10 (su 50) ; ora siamo rimasti in due soltanto. Un piccolo segnale, ma eloquente, della crisi che attraversa, in Francia e altrove, la «coscienza europea», sì che è stato necessario ristabilire un nuovo ciclo di cattedre europee annuali per rilanciare questo indispensabile respiro di civiltà.

Le banlieues parigine esistono dal XIX secolo con la stessa stridente diseguaglianza; basterebbe leggere alcuni dei grandi classici di fine secolo: dalla « férocité d’un monstre » descritta da Zola in Une page d’amour alla visionaria e terribile città di Jules Verne, Paris au XXème siècle. Contrasti, povertà, sogni, lotte, raccolti in un classico quale La nuit des prolétaires di Jacques Rancière, 1981. Oggi, nessuno vuol più andare a insegnare in banlieue, regno dei « grands décrocheurs » (ragazzi senza neanche più ritmi biologici, assenti o violenti, incuranti della vita altrui e della propria), ove l’iniziazione più duratura è spesso la prigione. Per questo, dal 2006 al 2011, grazie allo sguardo lungimirante di Jack Ralite, sindaco di Aubervilliers, la più povera delle banlieues del nord parigino, e di Jacques Glowinski, rettore del Collège, si tennero conferenze, incontri con i ragazzi delle secondarie superiori e i loro insegnanti, con il pubblico variegato di oltre 90 nazioni d’origine : i « Lundis du Collège de France à Aubervilliers » ; lì fu l’ultima lezione pubblica di Jean-Pierre Vernant prima della sua morte, lì parlammo di utopia e di carnevale, di lavoro e dei grandi classici della memoria umana. Intervistate da «France Culture», alcune delle magrebine presenti, e stuzzicate per sapere se avessero veramente inteso la conferenza (sulle Mille e una notte) risposero che non avevano capito tutto, ma l’essenziale: e cioè che « ces messieurs parisiens » erano venuti a riconoscere la loro dignità. Non so se questo esperimento oggi sarebbe ancora possibile, perché nel frattempo (un tempo molto breve) la violenza e la reciproca incomprensione sono cresciute a dismisura.

E tuttavia: non c’è programma di integrazione che valga senza questo atto previo: riconoscere la dignità altrui. E poi iniziare un cammino che durerà probabilmente qualche generazione; è paragonabile, l’Europa di oggi, all’impero romano dei primi secoli della nostra era: pieno di sapienza civile, giuridica, curioso, plurale e già rassegnato : Aspettando i barbari, come evocherà Kavafis. Verrebbe da dire che la vecchia Europa è vecchia, perché il suo cuore di due secoli, Parigi, è ferito.

Eppure basterebbe circolare nelle vie del quartiere latino (e anche leggere i programmi di rilancio della città di Anne Hidalgo, andalusa, e già sindaco di Parigi : quando avremo a Torino un sindaco rumeno, per esempio, visto che è la comunità europea più importante ?) per comprendere che un lievito di futuro continua a circolare, come mostra del resto il film-documentario Demain, manifesto impegnato e ironico di una terra vivibile, compatibile, liberata dall’accumulo/spreco di risorse che la divora.

Così come nell’apologo di Raïssa, città triste delle Città invisibili e tuttavia intimamente percorsa da un gesto distratto che produce il gratuito e questo l’istante felice, altrettanto è Parigi, città provata, e tuttavia pullulante di associazioni che s’impegnano a creare futuro. I filmati delle conferenze di Aubervilliers vennero a conoscenza di Frédéric Namur, architetto visionario che si occupa di una catena di sale cinematografiche di provincia, Cap Cinéma, il quale decise che sale dai nomi così promettenti come « Eden », un poco meno dovevano illudere e un po’ più promettere : e così l’Odissea di Vernant e il Jules Verne di Butor sono approdati a Blois e a Moulins, ricominciando il loro cammino tra i ragazzi di provincia della Francia profonda. Ma in fondo, perché non andare oltre ? Di nascita francese essendo i « médecins sans frontières », di gratuità in gratuità ecco gli

« écrans de la paix » approdare nei campi profughi di Erbil, ove bambini spesso senza genitori non odono solo i rimbombi della guerra, ma lo sguardo dolente e irresistibile di Charlot, e senza bisogno di sottotitoli trovano, nel cinema muto, una distrazione, una risorsa, una pace.

In fondo, Parigi mi è cara per questo: nonostante tutto, nonostante le sue banlieues e gli attentati, la fine dei « maîtres à penser » e lo smarrimento di una società dove i principi repubblicani di un stato matriarca non reggono più, pure resta un affascinante, febbrile, accogliente, «écran de la paix ».


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