Ma tu ce lhai una Visione

Superstudio: dall’utopia critica al Movimento Continuo, dove finisce il sogno del moderno

L’architettura è quasi sempre visionaria, ovvero capace di raccontare storie al di là della risoluzione dei problemi di realizzazione ed è nel destino delle cose che spesso le visioni rimangano sulla carta, come è stato per molti progetti di Superstudio. Secondo noi il progetto d’architettura non era solo un’azione tesa alla risoluzione dei problemi della costruzione, ma anche un sistema figurativo di comunicazione e di smascheramento delle contraddizioni del sistema. Nei disegni di architettura sono sempre emerse rappresentazioni di alcuni tratti della società: da una parte abbiamo avuto delle visioni salvifiche – pensiamo alle città ideali del rinascimento, fino alle città ordinate del movimento moderno– cioè di grado positivo, di un mondo che ci si augurava fosse il meglio possibile e realizzabile, dall’altra ci sono state visioni problematiche, critiche, quali quelle che noi abbiamo disegnato, portando al limite alcuni aspetti della vita sociale degli anni ’60, delle quali alcune restano attuali ancora oggi.

Le abbiamo chiamate utopie negative, o utopie critiche, perché tentavano di smascherare le contraddizioni e le illusione del moderno e di alcune avanguardie del Novecento, che insieme al pensiero positivo razionalista affidavano all’industria e al suo modello funzionale le risoluzioni dei problemi della città e del mondo. All’utopia positiva opponevamo una visione catastrofica, portando al loro estremo limite alcuni dei temi alla base della teoria urbanistica, ma anche mettendo in questione il rapporto tra natura e architettura, fino al mettere in luce le responsabilità della classe intellettuale nel dare valore razionale alle contraddizioni dei meccanismi del sistema capitalistico.

L’oggetto/merce per far sopravvivere il sistema deve sempre ricreare nuovi bisogni, nuovi desideri, e con loro, inevitabilmente, una seconda povertà. Noi in realtà proponevamo un’accettazione apparente della realtà, uno stare dentro il sistema ma per giocarci a scacchi, puntando alla mossa del cavallo: quella che ti orienta in una direzione e poi scarta a destra, a sinistra, fino a rappresentare simbolicamente quel disorientamento creativo che solo, secondo noi, può risvegliare le coscienze. L’architettura, come l’arte, doveva portare a uno choc che avrebbe reso partecipe l’osservatore alle storie raccontate dalle immagini, dagli oggetti o dalle architetture che cercavamo di costruire. All’inizio pensavamo che fosse possibile indurre nuovi comportamenti introducendo all’interno dei deserti domestici oggetti la cui priorità non fosse la funzionalità, ma la loro forma che poteva permettere diversi usi creativi e soprattutto generare emozioni. Poi ci siamo accorti che forse conveniva disegnare oggetti pesanti e immobili come dighe e ostacoli alla frenesia del consumo, fino a decidere di ritirarci dai problemi formali lasciando sul tavolo da disegno un sistema di pure quantità che abbiamo chiamato ”Istogrammi di architettura”. William Morris a metà dell’Ottocento diceva che l’architettura «rappresenta l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane, eccettuato il puro deserto». Citando Gabriele Mastrigli, confermo come a noi interessasse lo spazio del puro deserto, da quelli domestici a quelli planetari dove poter ritrovare le capacità creative atrofizzate da un sociale troppo pieno. Dagli Istogrammi deriva il progetto del Monumento Continuo, un istogramma appunto a scala del pianeta: in realtà una serie di immagini e fotomontaggi di una città coincidente con una infrastruttura che attraversa tutto il pianeta, fine e destino dei sogni della città del moderno.

Un altro passaggio del nostro lavoro è stata la visione della superficie della terra senza più monumenti, la “Supersuperficie”, una terra completamente cablata, con una serie di spine dalle quali ricavare informazioni, cibo, energia, senza più bisogno di strutture tridimensionali, per una civiltà globale e nomade. Nel 1972 al MOMA di New York, nella mostra sull’Italian Design, abbiamo presentato un film-documentario che raccontava di una terra senza più oggetti ma solo immagini virtuali. Qualche fiore secco, la piuma di un uccello, un sogno mentale.


[Numero: 28]