Ma tu ce lhai una Visione

La visione diventa realtà quando le idee sopravvivono ai leader

Secondo un sondaggio dell’autorevole istituto di ricerca Pew Research Center, di fronte alla domanda se sia più importante che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti abbia nuove idee e un approccio diverso oppure esperienza, ben il 55% degli intervistati sceglie il primo requisito. Una prevalenza di risposte che può contribuire a spiegare il successo che stanno avendo in queste elezioni primarie due candidati come Bernie Sanders e Donald Trump, che non hanno nulla in comune eccetto proprio il fatto che promettono entrambi grande discontinuità. Appare dunque esserci nella società americana una diffusa aspirazione a qualcosa di diverso dal passato, meglio se distante dall’establishment e dalla politica tradizionale. Un desiderio comune non ai soli cittadini americani, ma che sembra condiviso dalle opinioni pubbliche delle democrazie contemporanee, per la maggior parte disincantate nei confronti della politica ed esposte a tentazioni populiste di varia natura.

Ma invocare il cambiamento e la novità basta a poter dire di avere una visione? O non sarà invece che, perlomeno in qualche caso, ciò diventa una narrazione che copre proprio l’assenza di una visione? E, soprattutto, c’è ancora posto per leader visionari nelle nostre democrazie - frammentate, ibride e liquide per usare alcune delle definizioni variamente applicate - o possiamo e dobbiamo solo sperare di imbatterci in leader pragmatici che riescano a governare meglio che possono le sfide economiche e sociali in un contesto dove gli spazi di manovra della politica nazionale si sono sempre più ridotti a causa della globalizzazione?

La leadership è stata definita in molti modi, ma il nodo centrale si colloca sempre nel rapporto che si crea tra il leader e i suoi seguaci attraverso un meccanismo di identificazione. Oggi, nella cosiddetta democrazia del pubblico - come la definisce Bernard Manin - a seguito della crisi dei partiti tradizionali e anche del venir meno di nette demarcazioni ideologiche, il leader è rimasto ormai quasi il solo attore politico a proporre un legame di identificazione. Il meccanismo attraverso il quale ci si affida a un leader può avere fondamenta diverse. In alcuni casi esse sono più estemporanee - ci si basa sulla fiducia nelle capacità e nelle qualità personali - in altri casi più durature - il leader esprime i valori di una comunità di riferimento alla quale i cittadini aderiscono. La crescente personalizzazione della politica favorisce l’emergere delle leadership del primo tipo, le quali però possono davvero consolidarsi solo se riescono a trasformarsi strada facendo in quelle del secondo tipo. La sfida oggi portata alla leadership è proprio questa: creare non solo identificazione con una persona, ma forgiare, anche attraverso la propria persona, le proprie azioni e le proprie scelte, il senso di appartenenza a una comunità. L’intuizione di James MacGregor Burns sulla leadership trasformativa come quella espressa da coloro che non solo esercitano il potere e producono risultati, ma sono anche in grado di suscitare ispirazione e un senso di identità collettiva è oggi più attuale che mai. In un’era dominata da molte incertezze l’unica via attraverso la quale il leader può ancora offrire un certo grado di rassicurazione sta nel provare a dare ai cittadini la consapevolezza di poter contare su una comunità con la quale condividere punti di riferimento. In questo senso il leader che ha una visione è quello che si impegna a mobilitare risorse di partecipazione che possano sopravvivere alla sua stessa leadership.


[Numero: 28]