Ma tu ce lhai una visione

La sofferenza del visionario

Ho un amico che nonostante abbia passato ormai la sessantina continua ad avere delle visioni praticamente quotidiane. Il fenomeno ha avuto origine neri turbinosi anni della sua giovinezza e la natura delle sue prime visioni ebbe un tale impatto nella sua vita che da allora fu universalmente conosciuto con il suo nuovo nome: GiPi. Acronimo di Giustizia Planetaria. Ringraziando Iddio di cognome fa Degli Innocenti, e questo l’aiuta non poco a portare la sua croce. Perché di questo si tratta, la visione è patimento e martirio; si chieda a Teresa d’Avila, al nostro padre Abramo, al reverendo Luter King, al professor Bookchin, e che altra certezza avremo se non che i visionari non hanno avuto per sé se non ultraumani struggimenti dell’anima, estenuati deliqui del pensiero, intollerabili pene per ciascuno dei sei sensi? Comunque il mio amico GiPi soffre con dignità e non scevro da una qual patetica allegrezza il quotidiano avvicendarsi delle sue visioni. Ho assistito più volte io stesso al loro appalesarsi; estranee al pur minimo atto della volontà, nessun visionario ha mai deciso di diventare un visionario, basta un ineffabile quid per scatenarle. Un barbone preso a calci per la strada al suo passaggio, la fotografia di un consesso di finanzieri globali, un puttaniere che si vanta al banco del caffè, un deputato che si ravana nel naso. E si abbattono su GiPi con la forza di un vento divino, lo possiedono e se lo portano via, furente. Più o meno là dove il leone pascerà con l’agnello. Placato il turbine, ne rimangono tracce nel dileggio generale del popolo, nei verbali delle forze di polizia, nello sconcerto dei suoi quattro figlioli orbati di un sostegno affidabile. Ma a parte il popolo, ho io stesso constatato come, singolarmente, sia i poliziotti che i figlioli, pur sanzionandolo non abbiano mai dato avviso di disprezzarlo.


[Numero: 28]