Ma tu ce lhai una Visione

I visionari sfidarono i sovrani: e così nacque il Museo Egizio

Il termine visionario si è arricchito di significato nel corso del tempo: all’originale accezione, legata al misticismo e alle visioni, si è infatti aggiunta quella di matrice anglosassone che identifica nel visionario colui che possiede idee originali e creative sul futuro, qualcuno che sia in grado di “vedere oltre”. Il visionario fa esperimenti con le proprie idee, il banco di prova decisivo della visione è la sua capacità di essere raccontata, di condurre altre persone nell’azione che essa prevede. La realizzazione della visione è, ovviamente, nella storia; sono i posteri a godere dell’avveramento di progetti che sembravano, al momento del loro concepimento, irrealizzabili. E siamo noi oggi, torinesi in primis, a vivere nella visione di quegli uomini che secoli fa concepirono il Museo Egizio: a partire da Vittorio Amedeo II che ebbe la lungimiranza di inviare in Egitto un botanico, Vitaliano Donati, alla ricerca di antichità e curiosità, a Vittorio Emanuele e Carlo Felice che decisero di acquistare, nel 1823, la collezione di antichità egizie raccolte da Bernardino Drovetti per l’esorbitante cifra di 400.000 lire piemontesi dando così vita al primo nucleo di quello che sarebbe stato il nostro Museo. Acquistare una collezione così importante non era scontato: i sovrani francesi l’avevano da poco rifiutata, tuttavia questa trovò posto nel capoluogo piemontese, così che si potesse allora dire che «la strada per Menfi e Tebe passava da Torino». La galleria di personaggi che contribuirono alla creazione di «un Museo di Antichità, unico in Europa, e giunto a gran dispendio dalle sponde del Nilo a quelle del Po» (cit.) è ricca di volti, alcuni dei quali mi piace qui ricordare: il primo direttore Cordero di San Quintino che, oltre al trasporto a Torino della collezione, dovette occuparsi anche della sua prima sistemazione e esposizione; Ernesto Schiaparelli, direttore e archeologo che contribuì a implementare la collezione grazie a dodici campagne di scavo e i suoi collaboratori, Virginio Rosa, giovane ricercatore prematuramente scomparso dopo aver lavorato su importanti siti archeologici e Francesco Ballerini grazie al quale abbiamo splendide fotografie degli scavi dell’epoca. La loro visione è oggi il nostro presente: il Museo che hanno immaginato e costruito compirà nel 2024 duecento anni, ha vinto la prova del tempo e oggi è il lascito che riceviamo e che dobbiamo nutrire con sogni altrettanto ambiziosi.


[Numero: 28]