Ma tu ce lhai una visione

Quell’ideogramma nasconde un oracolo

Fai a pezzi le frasi.

Fai a pezzi le frasi e le parole.

Fai a pezzi le frasi e le parole e infine le lettere.

Basta così: non hai più niente da smembrare.

La comunicazione è sbucciata fino a un durissimo nocciolo grafico. Se procedi oltre non troverai altro che linee casuali, puntini nel vuoto, il vortice centripeto dell’insensatezza: lo scarabocchio.

Siamo in Italia, siamo in occidente. La nostra scrittura è nata per permettere ai nostri antenati di scambiarsi oggetti materiali. La nostra scrittura è venale come l’aritmetica.

Ora spostiamoci in Cina. Lì i primi a scrivere non furono furbi commercianti ma raffinati mediatori religiosi, avidi comunicatori con le forze invisibili dell’universo. La scrittura, in Cina, è nata per trascrivere il responso degli dei ai quesiti esistenziali della razza umana. Qui non parliamo più di scambio di oggetti materiali bensì metafisici. Parliamo della compravendita del senso della vita, l’anelito umano più antico che c’è, prezioso perché ci divide inequivocabilmente dagli altri animali.

Ora rifacciamo il gioco di prima, ma stavolta nella lingua di Confucio.

Prendi una frase cinese.

Spezzala in parole e poi in “lettere”.

Stavolta il gioco semantico non si ferma.

Non trovi un nocciolo inservibile ma altra polpa da scavare.

Perché il segno cinese non è la traccia ottusa di un suono, è uno scrigno oracolare che si può ancora aprire e decifrare, che ti dà indicazioni fonetiche ma anche di senso, che una volta scomposto ti rivela indicazioni aggiuntive e preziose su ciò che stai dicendo.

Cosa stai comunicando adesso, mentre parli della tua giornata al telefono o di gossip al bar sotto casa? Sappiamo davvero ciò che comunichiamo?

Chi scrive in cinese o in giapponese lo sa solo parzialmente: il segno ideografico rivela la materia oscura collettiva che sta dietro i discorsi, lo sterminato spazio culturale di figure archetipiche, sociali, artistiche e storico-religiose che molto ci precede, che parla di noi senza parlare dell’io che c’è in noi; che in scala più ampia racconta l’universo e l’arte (c’è differenza?), specchiandosi di traverso - quasi per sbaglio- nel tenero e lagnoso microcosmo della psiche umana.

Mentre scrivi di te in lingua cinese, la lingua cinese scrive del mondo senza di te. Una specie di terza persona visionaria nascosta nella prima.

Spezzettiamo la nostra parola “amore”: per noi, dopo l’amore, ci sono solo cinque lettere che prese individualmente non parlano di nulla. Ora spezzettiamo l’amore giapponese: avremo un cuore e degli artigli.

L’amore cinese è più sereno: storicamente si tratta dello lo stesso ideogramma, ma negli anni ’50 è stato semplificato e gli artigli sono stati tagliati via.

Ora spezzetta “io”.

Sì, proprio io, proprio tu.

Che ti riempi la bocca parlando di te stesso.

Fatti a pezzi.

L’io diviso, sai, è due semplici vocali.

Prendi invece l’“io” cinese.

Scomponendolo appaiono due lance che si scontrano: anziché due vocali, ecco qui una controversa teoria sull’identità.

Come il ciclo vitale narrato dai cinesi - un soffio ineffabile che dal vuoto si materializza in un corpo e poi al vuoto ritorna anche la loro lingua vortica da un’immagine all’altra come un sogno infinito, senza materializzarsi mai davvero nel segno brullo, nel limite alfabetico del linguaggio: dietro le parole ci sarà sempre una visione.

Un buio metafisico che ci oltrepassa: tutte le nostre storie e tutte le lance che si sono scontrate all’interno di ogni storia.

È il sigillo che i pittori di epoca Tang mettevano nei loro quadri: la “visione lucida”, l’improvviso sentimento di unità con il Tutto tanto caro allo zen.

E allora dovremmo essere tutti più ideografici: quando comunichiamo, stare più attenti a ogni addensamento di senso, a tutto ciò che di misterioso accade dietro le nostre parole mentre siamo troppo occupati ad essere solo noi stessi.


[Numero: 28]