tunisia la repubblica delle donne

Piazze, fontane e giardinetti, la strategia dei “cantieri Fanfani” per riavvicinare le due Tunisie

Chiunque affronti l’esperienza del viaggio in Tunisia, dal Nord al Sud, dalla costa all’entroterra, difficilmente troverà punti di contatto tra le spiagge di Zarziz o Monastir, fino a poco tempo fa mèta di milioni di turisti europei, e il centro-sud di Tataouine o dei dintorni di Tozeur, lasciato a se stesso già dai tempi del presidente Bourghiba. Chiunque poi passeggi per la “periferia nord”, i quartieri chic di Tunisi, e frequenti la buona borghesia della capitale, magari assaggiando l’ottimo vino locale o sperimentando le serate nei locali da ballo, farà fatica a non sentirsi in Europa. Questa Tunisi è molto più vicina a Parigi o Roma che a Remada o Kasserine. Ed è proprio questo divario che la gioventù di Kasserine e di Remada non è disposta ad accettare e non comprende: nessuno da quelle parti ha seguito la libertà delle donne tunisine avanzate, già concesse da Bourghiba (accesso alla contraccezione e al voto prima delle italiane), né la libertà nella interpretazione dell’islam; molti invece si sono rifugiati nella versione wahabita del Corano arrivata dal Medio Oriente, storicamente estranea al Paese, ma che ha trovato una facile penetrazione tra i giovani grazie al sottosviluppo e all’emarginazione.

Quali strategie sono possibili per un Paese piccolo come il Lazio, di 10 milioni di abitanti, il cui modello di sviluppo, adottato da Ben Ali a fine anni 80, e coerente anche con le esigenze dei Paesi europei, ha approfondito il divario esistente tra Tunisi e la costa da un lato e il centro-sud arretrato e lontano dall’altro?

Un giovane che voglia iniziare una attività in un area del centro sud trova sì uno sportello bancario, ma avrà di fronte un direttore privo di qualsiasi potere decisionale, costretto a rimandare tutto il dossier a Tunisi, senza accesso al mobile banking dal telefonino, cosa possibile invece per un ragazzo del Kenia o del Marocco. Risultato? Il credito per microiniziative è pressoché inesistente. Il tasso di penetrazione dei finanziamenti, l’accesso al credito, molla di qualunque attività economica, è tra i più bassi del Nord Africa e inferiore ad alcuni paesi della stessa Africa nera. Questo giovane, di solito diplomato o laureato dunque, o aderisce al commercio illegale (contrabbando da Libia e Algeria, ambulanti le cui entrate sono a volte legate al finanziamento di attività eversive) o siede al bar aspettando una occasione che non arriverà. Paradossalmente l’annuncio di grandi aiuti che non riescono ad arrivare sul terreno (anche questo fa parte della bassa inclusione finanziaria del paese) ma si fermano a Tunisi o sulla costa, rende questo giovane ancora più frustrato, e apre la strada alla carità islamica organizzata che, quella sì, riesce ad arrivare sul posto, finanzia le scuole coraniche, l’ospedalizzazione di un sistema sanitario fortemente privatizzato, le vedove dei martiri... Così come quel giovane troverà più facile guardare alle forze islamiste, capaci di garantire sopravvivenza economica e ideali, il rischio è che anche il modello economico proposto da alcuni Stati del Golfo diventi vincente rispetto a quello europeo.

Oggi il governo tunisino e tutti i grandi donatori hanno capito che il malcontento nasce in queste aree ed hanno annunciato di voler investire in queste aree: la cooperazione italiana, unica tra le bilaterali, è sempre stata presente al sud, fin dai primi anni 80, cosa riconosciuta dai nostri amici tunisini. A volte piccole iniziative a livello di villaggio agganciano più i giovani al proprio territorio e li fanno sentire parte dello sviluppo del proprio paese. Penso a piccoli interventi per risanare le piazze, i giardini, favorire l’aggregazione giovanile in attività creative (a Kasserine una ong italiana ha creato una radio locale a cui molta gioventù del luogo partecipa entusiasticamente).

Negli anni 60 in Italia vennero lanciati i cosiddetti cantieri Fanfani per creare lavoro: iniziative non sempre economicamente perfettamente sostenibili ma che hanno creato lavoro e consenso sociale nell’Italia del dopoguerra. Penso alla prossima conferenza dei donatori per la Tunisia prevista per settembre prossimo: se si concluderà con il solito annuncio di grandi fondi che non arriveranno rapidamente sul terreno, perché necessariamente passeranno per le maglie di una burocrazia lenta e farraginosa, rischiamo l’effetto contrario. Forse l’Italia potrebbe stimolare la comunità dei donatori su molti piccoli “cantieri Fanfani” che agiscano in maniera decentralizzata, approfittando del processo di decentramento amministrativo che dovrebbe iniziare in Tunisia con le elezioni municipali del 2017.


[Numero: 27]