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La sfida di Ennahda, il partito islamico che guarda alla democrazia

La Tunisia del post-2011 rappresenta un vero e proprio laboratorio politico e sociale nel contesto del mondo arabo e mediorientale. Unico paese protagonista di un processo di transizione politica che perdura dopo 5 anni dalla caduta del precedente regime (a differenza di Egitto, Libia, Siria e Yemen, che hanno avuto destini diversi e sicuramente peggiori), la Tunisia racchiude in sé le speranze di cambiamento di una regione intera. Uno degli attori principali del nuovo corso è senza dubbio il partito islamico Ennahda. Secondo l’interpretazione più diffusa, quest’ultimo sarebbe un nuovo modello di Islam politico, caratterizzato dal riconoscimento del sistema democratico multipartitico, dalla partecipazione attiva alla vita politica del paese e dalla minore enfasi posta sul ruolo che la religione dovrebbe avere nella vita pubblica. Del resto, è stato anche grazie al comportamento di Ennahda e alla sua attitudine al compromesso con le altre forze politiche secolari e progressiste, che la Tunisia ha potuto intraprendere un cammino di democratizzazione il più inclusivo possibile. L’Islam politico tunisino, in altri termini, non ha commesso l’errore dei Fratelli Musulmani egiziani che – sebbene ciò non giustifichi agli occhi di chi scrive il sanguinoso colpo di Stato orchestrato dal Generale al-Sisi nei loro confronti – hanno creduto di poter governare semplicemente a colpi di maggioranza, interpretando il mandato elettorale come un viatico per compiere qualsiasi scelta in maniera unilaterale e senza tener conto delle istanze delle varie opposizioni. Né, chiaramente, Ennahda ha avuto quella deriva radicale che ha portato negli ultimi anni alla creazione di movimenti di ispirazione salafita, se non veri e propri gruppi violenti di estrazione jihadista. Il partito di Rashid al-Ghannushi, storico leader di Ennahda fin dagli anni Settanta, è riuscito negli ultimi cinque anni a distanziarsi sempre di più dalle correnti estremiste presenti anche al proprio interno. Ciò ha portato, da un lato, a una parziale emorragia di affiliati e voti – dall’ala più radicale, appunto – dall’altro lato ha però permesso la riabilitazione del partito nel sistema tunisino. Non mancano le voci critiche: il partito è a volte percepito, al pari degli altri, come troppo distante dalla popolazione, ingabbiato in un contesto di compromesso tra le élite del paese che ha riprodotto le vecchie dinamiche di esclusione sociale e incapace di adottare politiche per il cambiamento e il miglioramento delle condizioni socio-economiche tunisine. D’altro canto, molti esponenti della Tunisia laica e francofona vedono Ennahda con sospetto, accusando il partito islamico di nutrire una sorta di “agenda nascosta” e di celare, dietro l’apparente moderazione, il vecchio progetto di islamizzazione della Tunisia. Sicuramente Ennahda si è evoluto, ma ciò non vuol dire che non vi siano ancora degli aspetti controversi. Tra questi, paradossalmente, vi è il quasi totale abbandono del discorso religioso. Troppo indaffarato nel curare i propri affari e interessi politici, Ennahda non si sta occupando adeguatamente di coltivare, a livello sociale, anche il campo della religione. Un vuoto che, ad oggi, costituisce la maggiore opportunità che hanno i reclutatori jihadisti per agire.


[Numero: 27]