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Perché una nuova dottrina di sicurezza comune può ripartire da Tunisi

L’offensiva jihadista contro gli Stati nazionali arabo-musulmani è arrivata alle frontiere della Tunisia. Il Paese dei Gelsomini è aggredito su tre fronti: ad Est i miliziani dello Stato islamico (Isis) di Abu Bakr al-Baghdadi hanno le proprie basi a Sabrata, in Libia, da dove pianificano incursioni di terra; ad Ovest nelle montagne del Sahara algerino ciò che resta di Al Qaeda in Maghreb può contare su cellule di veterani del terrorismo regionale; all’interno del Paese i gruppi salafiti dispongono di un network di reclutamento formidabile che ha già generale almeno 7000 foreign fighter, circa la metà dei quali si trovano in Libia. I jihadisti, di gruppi e origini diverse, hanno colpito più volte la Tunisia negli ultimi tredici mesi - al museo Bardo della capitale, sulla spiaggia di Sousse, nel piccolo centro di Ben Guardane nel Sud - perchè cercano un duplice risultato: far crollare l’unico modello di democrazia parlamentare frutto delle rivolte arabe iniziate nel 2011; creare una continuità territoriale fra le aree già controllate in Libia, Algeria, Ciad e Mali per proclamare il Calffato del Maghreb sul modello di quanto già avvenuto nel Mashreq - in Medio Oriente - nel giugno 2014 sui territori di Iraq e Siria. La vulnerabilità della Tunisia sta nella miscela di povertà, fanatismo, emarginazione e disoccupazione - soprattutto nel Sud - così come nella precaria efficienza di servizi di sicurezza che sono stati demoliti dopo la caduta del regime di Ben Ali senza poi essere stati del tutto ricostruiti. Senza contare le tensioni fra i laici di “Nidaa Tounes”, guidati dal presidente Beji Caid Essesbi, e gli islamici di “Ennahda” di Rashid Al-Gannushi divisi da opposti progetti politici e strategie di governo dopo aver entrambi contribuito a far approvare la Costituzione araba più avanzata in tema di diritti dei cittadini. Da qui la necessità di aiutare Tunisi, per l’Italia e per l’Europa, facendone il perno di una nuova dottrina di sicurezza comune destinata a coinvolgere i Paesi del Mediterraneo Meridionale ed Orientale più vicini a noi per valori, tradizioni e interessi. Anche perché una Tunisia stabile e prospera può contribuire ad aiutare la stabilizzazione della Libia mentre, restando in bilico, rischia l’esatto contrario: essere contagiata e travolta dai confini combattuti lungo le sue frontiere.


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