tunisia la repubblica delle donne

Maschi e arrabbiati, così i giovani tunisini si sono perduti nel jihad

E gli altri? I giovani tunisini forsennati (tremila? cinquemila?) con i kalashnikov in pugno e le bandiere del Califfato che sventolano alle spalle. E quelli che hanno fatto nido in Libia appena oltrefrontiera e si addestrano a tornare, a seminare il Jihad? Che uccidono per dimostrare che esistono. Chi sono? A chi appartengono le loro anime che si sono dannate? Sono loro su cui dobbiamo piegarci inquieti, attenti: il lato oscuro, la piaga aperta, la bestemmia della ragione. Eppure molti vengono dalla piccola primavera dei gelsomini, sole, sassi divelti, popolo adolescente scamiciato e sudato. Aspettavano: un lavoro, una speranza, qualcosa, qualcuno. Aspettare, vedere: destino. Invano. La loro giovinezza non è stata allegra, per colpa delle dittature, per colpa nostra che ne eravamo amicissimi. Dovranno rimpiangere la gioventù in continuazione? Hanno passivi di battaglie, studi inutili, persino migrazioni con la vergogna del ritorno. Non possono dire come noi: «quando avevo venticinque anni!» Loro non li hanno ancora.

In Tunisia si ripete una situazione antichissima: lo scontro, la sfasatura, l’incollamento fra sentimento pubblico e rabbia privata, che fanno come l’acqua e l’olio dentro lo stesso bicchiere. Naturalmente è peggio quando sono sentimenti dolorosi come per i ragazzi tunisini. I sentimenti allegri se la cavano sempre.

Avevano creduto alla primavera araba perché era carica di frecce rivoluzionarie. Questo è difficile da spiegare per noi occidentali che con le rivoluzioni, né quelle giuste né quelle sbagliate, abbiamo più nulla a che fare e guardiamo dall’alto della nostra maturità, di tutta la nostra meravigliosa certezza inglese, francese, americana, europea, spettegoliamo nelle nostre mediocri rives gauches . Le nostre menti, come i nostri vestiti, sono eleganti. Sono giuste. No, per questi ragazzi musulmani, in Tunisia, è diverso. Erano già nel 2011 spiegazzati. L’ebbrezza rivoluzionaria pare si frantumi nella routine e sia talmente alle spalle, sottintesa, che la spinta del suo alito non arriva più. La rivoluzione quotidiana è difficile da tenere in piedi, renderla virtù permanente. È diventata un fuoco fatuo, uno sdegno, un ricordo.

Dei giovani che cinque anni fa si son tirati fuori dal “benalismo”, versione locale del male arabo dei caid, (loro da soli, con le pietre, non per grazia di altri!), alcuni sono entrati nel grande salone della democrazia costituzionale, nella Tunisia a cui abbiamo concesso il premio Nobel, e sarebbe stato meglio barattarlo con qualche aiuto economico e qualche licenza di esportazione. Ci sono entrati come ospiti di diritto, perdonati per quell’esordio un po’ birichino che mette in sospetto i nuovi padroni. Ma molti son cascati dall’altra parte, passando dalla rivoluzione al califfismo totalitario, senza nemmeno sostare al centro. Si sono vendicati di una rivoluzione vera che li ha beffati mettendosi immediatamente al seguito di una rivoluzione falsa.


[Numero: 27]