tunisia la repubblica delle donne

“Noi del Bardo, più fratelli degli Uffizi che degli arabi”

Era il 18 marzo 2015 quando un manipolo di terroristi fece irruzione nel Museo del Bardo di Tunisi, uccidendo 24 persone, tra cui quattro turisti piemontesi, e ferendone altre 45. Uomini e donne che stavano visitando le sale in cui sono conservati il maggior numero di mosaici romani del mondo, una collezione unica e in perfetto stato di conservazione. Il direttore del Museo del Bardo Moncef Ben Moussa, oltre al francese, parla un italiano privo di accento, ha un tono dolce, un bel sorriso: «Le spiace se ci mettiamo in questa stanza, è un po’ piccola, ma non vorrei disturbare gli storici che stanno parlando al convegno…», dice facendoci strada tra i corridoi di Beït El Hikma, l’Accademia di Belle Arti di Tunisi, dove è in corso un incontro sul ruolo politico e culturale delle ambasciate magrebine nel XVIII secolo dice. Mentre ci fa sedere ci racconta delle sue lontane origini italiane, dell’amore per il nostro paese e fra i nostri due popoli. E di quel dolore dopo l’attentato, «un dolore che non mi ha più lasciato».

Intere categorie di turisti, gli inglesi ad esempio, sono completamente scomparse dal Paese. Colpire il Bardo non ha significato soltanto colpire il turismo – anzi quell’obiettivo forse è stato raggiunto con più pienezza con l’attentato alla spiaggia di Soussa, dove le vittime sono state 38, in maggioranza britannici – ma infliggere una ferita culturale, una cosa più profonda. «I jihadisti pensano che la storia sia cominciata nel VII secolo, con la nascita del profeta Maometto – spiega Ben Moussa - e che anche la Tunisia abbia avuto inizio con la penetrazione in queste aree degli arabi e dell’Islam. Ecco, il Bardo è invece il simbolo di una storia molto più antica, la Tunisia affonda le sue radici fino a oltre ottocento anni prima dalla nascita di Cristo, e ha avuto uno dei suoi momenti di massimo splendore in epoca romana. Molto prima del VII secolo, dunque…». L’ignoranza che si è abbattuta sul Bardo in forma di violenza cieca è cresciuta indisturbata negli ultimi settant’anni, all’ombra della dittatura di Ben Ali in Tunisia, e di Gheddafi nella vicina Libia. Per molti leader occidentali – e per le loro opinioni pubbliche - era rassicurante sapere che l’ordine era mantenuto all’interno di quei confini, poco importava con quali mezzi e a quali prezzi. «Ma la realtà è che dittatura vuol dire oppressione, annullamento dei diritti, imbarbarimento delle coscienze. E quando poi le dittature saltano – perché questo presto o tardi è il loro destino – allora gli effetti di quell’oppressione si spargono ovunque, e “mantenere l’ordine” diventa impossibile. I jihadisti di oggi sono giovani che hanno respirato troppa dittatura», dice Ben Moussa. È così che un’intera generazione tunisina si sta perdendo o si è già perduta: «Come direttore del Museo del Bardo sono impegnato tantissimo nel lavoro con i più piccoli, nelle scuole, prima che i bambini diventino prede di cattivi maestri». Poi bisognerebbe avere il coraggio di ragionare in grande, di studiare un’alleanza strategica all’interno del mondo arabo basata su cultura e educazione: «Non è facile – dice ancora Ben Moussa scuotendo la testa – pensi che non riusciamo a stringere accordi con nessun altro museo dell’area. Lo abbiamo fatto con il Louvre, con gli Uffizi di Firenze, ma non riusciamo a farlo con il Museo Egizio del Cairo. Sa perché? Perché anche la cultura viene guardata con diffidenza, come uno strumento che può essere usato per fini politici e di potere». E allora si erigono muri di burocrazia, si stringono i lacci dello statalismo, si moltiplicano le agenzie, gli enti, i controllori. “Sogno un Bardo libero di agire in modo indipendente, di fare scelte artistiche coraggiose e di siglare intese con il mondo arabo più illuminato, è l’unica risposta che possiamo offrire all’avanzata della barbarie».


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