tunisia la repubblica delle donne

Mbarka e figlie non si arrendono “La verità sui killer di Brahmi”

La vedova in collera - così ama definirsi Mbarka Brahmi - ora siede in Parlamento, dove occupa il seggio che fu del marito. «C’è ancora il segno della sua scrittura sul banco», confida, «e a volte mi pare di sentirlo lì accanto a me. Mohamed non era solo il mio sposo. Era il mio leader, e il mio migliore amico. Non potevo sopportare l’idea che in questo posto sedesse qualcuno che non ha i suoi stessi principi».

Vuole finire il lavoro del suo uomo, Mbarka. Lei che aveva scelto d’essere soprattutto una madre di famiglia, è invece entrata in politica, candidandosi alle elezioni del 2014 con la stessa tenace tenerezza con cui nei giorni del lutto aveva avviato i lavori per ampliare casa, «un progetto al quale Mohamed teneva moltissimo». Per mesi, col cuore pesante, s’è lasciata ogni mattina alle spalle cinque figli («ai quali ero rimasta solo io»), un cantiere e pile di magliette, calzini spaiati, compiti delle vacanze da controllare, per andare a prendersi i voti su e giù nel paese.

Ma i tunisini già lo sapevano di che tempra fosse fatta la moglie di Mohamed Brahmi, il deputato dell’Assemblea Costituente ucciso dagli islamisti davanti casa il 25 luglio 2013 in una quieta, abbagliante giornata di Ramadan. L’avevano scoperto il giorno del funerale di Stato, quando una folla immensa e furente s’era raccolta tra gli ulivi piegati dal vento nel cimitero di El Jallez, al campo dei Martiri. «Smettetela di applaudire e andate a ribaltare quei topi di fogna», intimò quel giorno Mbarka. Poi anche Balkiss, la maggiore delle sue quattro figlie femmine, allora appena diciannovenne, aveva preso la parola per scandire il suo j’accuse contro la coalizione islamica moderata che reggeva il paese: «Ci avete resi orfani, ma tutti noi cresceremo. Lo faremo amando la Tunisia, e odiando voi».

Due giorni prima, quando un rumore «come di botti» aveva rotto il silenzio della pigra mattinata di festa, era stata Balkiss a precipitarsi fuori casa, a chinarsi sull’uomo morente. «Dai papà, forza papà» è quel che ricorda d’avergli detto scuotendolo, «perché volevo fargli recitare la preghiera prima che mi lasciasse».

Il quartiere El-Ghazala (La Gazzella), sobborgo di Ariana, nella banlieue nord di Tunisi, è una zona residenziale di villette bianche protette da siepi di gelsomino. Qui vive la classe media, famiglie benestanti con libri in salotto, qualche pollo in giardino e i ragazzi tutti a scuola (otto però ne morirono in Siria sotto le bombe dell’esercito di Bashar al-Assad, in una sola terribile notte: otto giovani cresciuti in questa cartolina e poi, racconta Balkiss, passati velocemente dal gusto per alcol e spinelli alla fissazione della guerra santa). Anche i basisti, i complici dei due killer arrivati in scooter per ammazzare Brahmi erano dei vicini, figli di gente con cui ci si prestavano le sedie in occasione dei matrimoni e delle veglie funebri. Sul muro, accanto alla porta, sono rimasti i segni dei proiettili non andati a segno: sei su quattordici.

Sono i giorni che cambiano il corso della storia: l’assassinio di Brahmi, a sei mesi di distanza da quello del compagno di militanza e leader del Fronte Popolare Chokri Belaid, infiamma la protesta che porterà alle dimissioni del governo islamico salito al potere dopo la cacciata di Ben Ali. È contro Ennahda, contro il suo leader Rached Gannouchi, che la famiglia ancora oggi punta il dito: «L’uccisione di mio marito non è un caso di criminalità, è una grande questione politica, e come tale va trattata», tiene il punto Mbarka. Un’accusa che non può lasciare indifferenti, perché Mohamed Brahmi, figlio della Tunisia profonda, cresciuto come la moglie in quella tormentata Sidi Bouzid dove ebbe inizio la rivoluzione dei gelsomini, era un uomo profondamente religioso; gli islamisti non hanno ucciso solo il deputato d’opposizione, il leader politico di sinistra, il nazionalista di formazione nasseriana, ma un musulmano praticante: conosciuto e apprezzato per la sua devozione, convinto della necessità di tenere ben separati la fede e la gestione della cosa pubblica - e questo è probabilmente il cuore della storia. Anche Mbarka ne è convinta, più che mai: «Il credo religioso non ha nulla a che fare con la politica, e il compito della politica, oggi, è battere il terrorismo».

La vedova in collera non è pessimista: «Credo che lo Stato stia quasi vincendo la guerra contro i terroristi», afferma, però su quel “quasi” lei ha idee precise e per nulla negoziabili, lo si capisce nominando la questione del ritorno a casa dei foreign fighters, i numerosi tunisini andati a combattere in Siria. «Ennahda sta proponendo una legge, una sorta di condono per loro. Noi rappresentanti dei partiti di sinistra siamo assolutamente contrari. Io lo sono. I foreign fighters sono un problema enorme per questo paese, impedire che questa gente distrugga la Tunisia è la priorità. Poi, certo, restano tutte le cicatrici che i vecchi regimi ci hanno lasciato. Povertà, disoccupazione… per curarle ci sarà bisogno d’onestà, di tempo e di lavoro duro».

Le donne tunisine discenderanno pure dalla regina Didone, ma somigliano piuttosto ad Annibale, perciò Mbarka sa di cosa parla quando dice «tempo» e «duro lavoro». Dopo l’assassinio di Brahmi, ogni mercoledì mattina la moglie con l’hijab e le figliole cresciute libere di scrollare in strada i lunghi capelli ricci sono davanti al Ministero dell’Interno per chiedere «l’intera verità» su quella morte, su chi ha armato i killer e chi ancora oggi li s ta coprendo. Verità lontana da venire, valuta Mbarka riassumendo le ultime novità: «Il principale sospettato, un uomo che si occupava della sicurezza dell’aereoporto di Tunisi ed era stato arrestato un anno fa con l’accusa di aiutare i jihadisti a viaggiare verso la Siria, è stato da poco rilasciato. Perciò ora protestiamo anche davanti al ministero di Giustizia. Chiediamo che si metta fine a questa mascherata».

Balkiss è accanto a lei. Dopo la morte del padre adorato aveva avuto la chance, e pure la tentazione, di proseguire gli studi in Europa, invece è rimasta. «Non posso scambiarmi con un’altra. Sono la figlia di un uomo coraggioso che ha sacrificato la vita per questo paese, se me andassi sarei una codarda. C’è un sacco di lavoro da fare qui, per salvare la mia generazione e le prossime dall’oscurantismo. Io e le mie sorelle ci batteremo per fare della Tunisia un posto migliore».


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