tunisia la repubblica delle donne

La donna berbera, orgoglio e libertà

Il mio amico Nasser è un raffinato giardiniere; lui ha sposato vent’anni fa la Stefi e è ancora contento. La Stefi non ha un gran bel carattere, è una rude giardiniera rivierasca, ma Nasser la porta in palmo di mano. Si sono conosciuti a Parigi, lui era lì per studiare, poco, lei per divertirsi, molto; lui avrebbe voluto portarsela nella splendida città di Tunisi, lei se l’è portato in Liguria e l’ha incatenato a una deprimevole provincia. Quando gli ho chiesto come fa a sopportarla, la Stefi, lui mi ha spiegato che la Stefi è uno zuccherino al confronto di una berbera di medio carattere. Nasser è un berbero di Tunisia, dice che il suo nome è l’unica cosa che ha deciso suo padre senza dover discutere con sua madre. I berberi non si chiamano berberi, in verità il nome di quel popolo è imazighen, e cioè “uomini liberi”, e a questa peculiarità ci tengono parecchio. Gli uomini e le donne. Le donne più ancora degli uomini; hanno sangue fenicio nel Dna, sono grandi viaggiatori, il potere femminile è una ancestrale necessità. E mi dice Nasser che in Tunisia anche gli arabi se ne sono dovuti fare un ragione, infatti se Ben Ali era cattivo, sua moglie Leila era cento volte più cattiva di lui, e potente. Non per essere razzisti, mette le mani avanti, ma i imazighen non sono arabi, gli arabi li hanno solo sconfitti, tanto tempo fa, al tempo della Grande Cavalcata di Uqba ibn Nafi’, e non sarà un caso che a tenergli testa per tutto il Maghreb ci riuscì solo Dihya, la regina dei berberi; gli arabi la chiamavano Kahina, la strega. Appunto. L’altro eroe di Nasser è Bourghiba, il Bourghiba della prima ora, il padre, berbero, della sua patria. E bisognerà pur dire che nel ’57, un anno dopo l’indipendenza, le donne di Tunisia hanno chiesto e ottenuto un diritto di famiglia che le donne del paese della Stefi hanno aspettato per trent’anni ancora.


[Numero: 27]