tunisia la repubblica delle donne

Ghada e le altre: “Non ci toglieranno la libertà”

Il panino più buono di Tunisi lo vende Rachid, in un chioschetto sulla strada nel quartiere di Bab El Khadra, appena dietro la Medina. Mi ci ha portato la prima volta Ghada, 21 anni, frangetta e occhi scuri, sorriso spalancato. Tutti la conoscono nel quartiere, vive lì da quando è nata. Ora che da bambina si è fatta una giovane donna, tutti continuano a salutarla con affetto. L’ho conosciuta quando sono andata a studiare arabo a Tunisi nell’estate del 2013, all’École Bourguiba des Langues Vivantes, punto di riferimento per tutti gli arabisti. Ogni anno la scuola attira centinaia di studenti da tutto il mondo. La famiglia di Ghada dà ospitalità ad alcuni di loro, presso la sua casa dal piccolo chiostro interno. Oltre a lei ci sono sua sorella, il papà e la mamma Latifa, una donna molto ospitale. Se ci sono solo donne in casa oltre al marito Latifa non indossa il velo. Poi quando si esce lo avvolge attorno ai capelli e lo abbina alla lunga galabeya, l’abito tradizionale. Le figlie invece vestono all’occidentale. Se chiedi a Ghada cosa pensa dei manifestanti di Ennhada, allora impegnati in un sit-in per difendere la tenuta del governo (mentre di fronte al Bardo tanti ragazzi scendevano in piazza per farlo cadere), non ha mezzi termini: «Vorrebbero toglierci le libertà. Ma non ce la faranno. Le donne tunisine non sono disposte a tornare indietro». Ha le idee chiare Ghada, che all’epoca aveva appena passato gli esami per entrare alla facoltà di ingegneria aerospaziale dell’Enstab (Ecole Nationale Des Sciences Et Technologies Avancees Borj Cedria). Arrivato il Ramadan, lei e sua sorella mi hanno portato a incontrare i loro amici nella Medina dopo l’Iftar, la rottura del digiuno: quella che durante il resto dell’anno è una zona off limit di notte, con il Ramadan diventa spazio di incontro e festa per tutta la città fino allo tre, le quattro del mattino. Come Ghada i suoi amici parlano correntemente francese, arabo fussa, dialetto tunisino e inglese. Possono darmi lezioni su come usare i social network e hanno grandi sogni per il futuro. La sfida della Tunisia nei prossimi anni sarà permettere loro di realizzarli. I giovani e in particolare le giovani donne tunisine colpiscono spesso per la loro determinazione. In quei giorni caldi di luglio ne avrei incontrati altri durante il corteo funebre per Mohamed Brahimi, costituente democratico freddato sotto casa sua da due sicari, il secondo omicidio politico nel Paese post-rivoluzionario dopo quello di Chokri Belaid. Una folla unita, colorata, la stessa che avrei incontrato di nuovo nel 2015 a Torino, tra i tunisini scesi in piazza dopo gli attacchi al museo del Bardo, durante la commemorazione delle vittime. «Non possono vincere» mi dicevano più volte riferendosi ai terroristi. Ma in un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora ormai il 40% e il salario minimo è di 160 euro al mese, la presenza dello Stato fatica a imporsi: nelle zone aride del sud, dove si annidano i jihadisti, o nei quartieri degradati di Tunisi molti giovani sono attratti dalle sirene del fondamentalismo e della criminalità. È il caso di Khaled, un ragazzo di 23 anni incontrato una sera uscendo con amici italiani e tunisini. Immersi in un locale kitsch con spettacoli di danza orientale, la musica assordante, mi ha detto che voleva prendere un barcone e venire in Italia. Gli amici cercavano di dissuaderlo. Anch’io. Gli ho detto: «Almeno impara l’italiano prima. E poi che pensi di fare lì?» «Spacciare» mi ha risposto lui con raggelante sincerità. Il suo non era un piano criminale o meglio non solo: era un piano economico. Voleva fare soldi, conscio che in Tunisia non ce l’avrebbe mai fatta. Ricordo poi una mattina, su Avenue Bourguiba, cuore pulsante della vita cittadina, d’un tratto un pick-up nero, la bandiera salafita, nera anch’essa, i canti rituali sparati ad alto volume fuori dal veicolo. Un’ombra che si addensa, uno squarcio in una giornata di sole, per un attimo il tempo si ferma. Qualcuno sotto voce sussurra Allahu Akhbar, e non sai se lo dice per scongiurare un pericolo o per unirsi a una causa. Poi la macchina passa. E l’inquietudine resta.


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