tunisia la repubblica delle donne

Eravamo i fantasmi di Tunisi

Vivevamo in un universo del dire senza dire, del non-fare per dire e del fare per non-dire. Sarebbe molto interessante esplorare gli stili di vita dei giovani tunisini negli anni precedenti la rivoluzione del 2011, senza dimenticare che i giovani al di sotto dei trentacinque anni rappresentano il 65% della popolazione. Nell’ultimo decennio, in particolare, si potevano notare, nella moltitudine di giovani, due gruppi: da una parte, quelli che si vestivano e si comportavano come i giovani delle metropoli europee e delle città ricche del Medio Oriente; dall’altra, coloro che, malgrado il divieto e le persecuzioni quotidiane, sceglievano di esibire la propria religiosità indossando il velo o mostrando una barba incipiente. Se l’occhio dell’osservatore straniero era maggiormente colpito dall’incremento del numero di giovani donne velate in una Tunisia tradizionalmente “laica”, per noi la vita quotidiana e il destino che investiva questi due gruppi era lo stesso. Le università ospitavano all’interno delle loro mura controllate dalla polizia, giovani con atteggiamenti apparentemente “più occidentali degli occidentali” o “più islamisti degli islamisti”.

Siamo cresciuti in un Paese nel quale non solo le questioni sociali non venivano dibattute pubblicamente, ma anche argomenti come la sessualità, la visione di se stessi, le convinzioni personali, le credenze e l’identità erano tabù. Cosa voleva dire essere adolescente e cercare risposte alle proprie domande esistenziali in una società sorda e muta? Come si poteva gestire il messaggio ambiguo di un regime che pretendeva di imporci di essere liberi per poi vietarci di esserlo?

Come ci si poteva porre di fronte a un’immagine della società che voleva apparire moderna ma nel contempo si presentava come tradizionale, e viceversa? Il regime non offriva nessun modello chiaro: si doveva essere moderni e democratici, ma anche fedeli alla tradizione musulmana, senza abbracciarla troppo ne esibirla eccessivamente.

La chiusura era tale che qualsiasi azione, qualsiasi manifestazione di autonomia costituiva un modo tutto nostro di opporci al sistema ed essa poteva essere letta come inadeguata a un modello di condotta, le cui regole però erano mutevoli e difficili da intuire. Noi giovani dittatoriati in erba dovevamo seguire le prescrizioni e diventare esseri insignificanti, inconsistenti, invisibili. Creature fantasma.

Molti decidevano allora di liberarsi dalle catene dei divieti dandosi alle droghe leggere e a volte anche a quelle più pesanti, come la cocaina, sfidando a modo loro l’egemonia del potere di polizia. Basti pensare a quanti vivevano momenti di svago estivo, nella Tunisia del regime, come fossero a Las Vegas, come una sorta di fuga in avanti, esercitando una disinibizione completa tra i cancelli delle discoteche, ben consapevoli che fuori la repressione esisteva e che avrebbe potuto colpirli in ogni momento, anche se erano figli di papà.

Un altro modo di ribellarsi contro il modello imposto dal regime era quello di esibire la propria religiosità privata. Una giovane si ‘ribellava’ mettendosi il velo, un suo coetaneo facendosi crescere la barbetta, senza tenere apertamente discorsi politici, ma iniziando a frequentare assiduamente le moschee che il regime aveva “liberato” negli ultimi anni. I luoghi di culto, infatti, sono stati i primi a essere controllati nella fase di persecuzione dell’opposizione islamista, negli anni Novanta; tranne che negli orari di preghiera, restavano chiusi in modo da non offrire spazi pubblici che potessero ospitare raggruppamenti di persone o assemblee. Il velo è stato anch’esso completamente vietato per anni nelle scuole, nelle università e negli uffici pubblici. Non possiamo dimenticare le umiliazioni quotidiane che dovevano subire alcune nostre compagne di studio all’ingresso delle università, dove la polizia assicurava “l’ordine e il decoro”, solo perché avevano scelto di portare il velo. L’irremovibilità di questi poliziotti era proporzionale all’ostinata resistenza delle studentesse. Ma le giovani velate non erano le sole a subire rimproveri mortificanti, lo stesso trattamento era riservato anche alle ragazze che si permettevano di mettere un vestito “poco decoroso”, secondo l’agente di turno, che oltre a umiliarle con insulti e sguardi poteva decidere di non farle entrare all’università, violando anche il loro diritto allo studio. Il senso di libertà che si provava facendo ciò che era “vietato”, però, non aveva prezzo. Una ragazza che sceglieva di portare il velo o la minigonna, sfidando gli agenti del regime, dimostrava silenziosamente una forma di rifiuto del sistema e in quel momento si sentiva molto forte.


[Numero: 27]