Viaggio di maturità

Tutto questo affanno ci sarà davvero utile?

Cinque anni in cinquanta giorni. Non c’è maturando, tra gli oltre 500 mila studenti che si stanno preparando alla prima prova scritta fissata per il 22 giugno, che in testa non abbia più o meno consapevolmente questa road map mentale per il ripasso finale. Cinquanta giorni: tempo rassicurante per alcuni, ansiogeno per la maggioranza. Un countdown fatto di compiti in classe, simulazioni di esame, ambiziosi e spesso disattesi calendari di studio, giochi di preveggenza nel tentativo irrazionale di azzeccare il titolo dello scritto o il nome dei commissari esterni. Rito di passaggio, traguardo da raggiungere, punto di partenza, polverosa ritualità: cosa rappresenta la maturità per i diciottenni d’oggi? Con “Maturitalia”, progetto sviluppato su www.lastampa.it, lo sto chiedendo tutti i giorni a cento studenti: da Nord a Sud, dalla città alla provincia, dai licei agli istituti professionali. La fotografia di una generazione, senza nessuna pretesa statistica. Un’occasione per tastare il polso di chi sta facendo il salto verso l’adultità. «Dimostrare a noi stessi di essere diventati grandi, al di là del voto: è un passo importante, dopo il quale non hai più nessun appiglio al tuo essere bambino, sei cresciuto, sei tu e solo tu». È quello che dice Margherita Messetti del liceo Artistico “Giovanni Sello” di Udine. Ed è dello stesso avviso anche Antonio Petralia, dell’IIS “Enrico Fermi” di Vallata (Av): «È un momento di cambiamento: ci si allontana da casa, bisogna abituarsi a vivere da soli, ci si stacca dall’affetto quotidiano di mamma e papà. Ci si inizia ad arrangiare, a prendersi delle responsabilità, a costruirsi il proprio domani». Una porta che si chiude quindi, per andare oltre. Un ciclo che termina, e in tanti esprimono proprio il bisogno di lasciarsi alle spalle quel percorso per intraprendere nuove vie. «Mi spiace abbandonare la mia scuola: il liceo è stata la mia seconda famiglia, la mia comunità, la mia casa. So che un ambiente simile non lo troverò mai più, però è arrivata l’ora di voltare pagina – spiega Giacomo Moroni del Liceo Classico “Ernesto Cairoli” di Varese –. L’esame penso sia poco più di una formalità, però è una prova che mi affascina: rende concreto e tangibile tutto quello che ho imparato».

Posizione ben diversa da quella espressa da Pietro Regazzoni del Liceo delle Scienze Umane “Bertacchi” di Lecco, che vorrebbe riformare la modalità dell’esame: «Così come è strutturato viene percepito solo come un inutile affanno, sfugge il suo significato più profondo di confronto con se stessi. Si certificano conoscenze in maniera sommaria e frettolosa, senza andare a verificare in profondità le competenze e le rielaborazioni personali».

Ginevra Florio, del Liceo Linguistico, Giuridico ed Economico “Sacro Cuore” di Roma, vorrebbe che la prova fosse un’esperienza meno asettica e più empatica. Non solo un’arida misura dell’apprendimento: «Vorrei che uno studente fosse giudicato non solo per quello che fa a scuola, ma anche per quello che dà fuori, per le sue qualità personali. I professori si basano esclusivamente su quello che vedono: dovrebbero invece entrare più dentro la vita delle persone e capire le motivazioni. Ecco, forse vorrei tanto che il giorno dell’interrogazione mi chiedessero: Chi sei tu Ginevra?».

«Io invece vorrei che mi chiedessero quali progetti ho per il futuro, ma non fermandosi solo a settembre o alla scelta dell’università – ha aggiunto Angelica Piras del Liceo Artistico “Michele Buniva” di Pinerolo -. Sarebbe bello che andassero in prospettiva, che dimostrassero interesse nelle mie ambizioni e nelle mie intenzioni. Vorrei che capissero la mia determinazione. In fondo, se c’è, è anche grazie a loro».

«L’esame dovrebbe essere una chiacchierata su come ci siamo trasformati, sulle nostre passioni, sulle nostre progettualità. Così sarebbe un momento di confronto autentico, utile e costruttivo», suggerisce Marco Loi, del Liceo Scientifico “Mariano IV d’Arborea” di Oristano, e conclude dicendo cosa vuol dire, per lui, maturità: «Essere maturi significa aprire la mente, vedere le cose con occhi diversi, muoversi con sicurezza nella società. E la scuola, in questa conquista, è fondamentale: ti offre la possibilità di formarti dal punto di vista della cultura, dell’identità e della morale».


[Numero: 26]