Viaggio di maturità

L’età in cui si deve imparare a scegliere: questa è la maturità

Medico, psicoanalista, scrittore per adulti e ragazzi, Luigi Ballerini è particolarmente vicino al mondo della scuola e degli adolescenti. Gli abbiamo chiesto di fare il punto sul rito di passaggio dell’esame di maturità. La percentuale dei bocciati è ormai irrisoria, eppure continua a fare paura. Il nome ufficiale è “esame di Stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore”, ma per tutti resta “maturità”, con le valenze emotive del caso.

Ballerini, un esame scolastico è davvero capace di misurarne il grado?

Con quali criteri misuriamo la maturità di un ragazzo di 18-19 anni? Dal modo in cui si presenta, o in cui pensa? Dal fatto che combini o meno dello sciocchezze? Come se non succedesse anche ai grandi. Difficile, molto. Soprattutto ora, immersi come siamo nel paradosso dell’adultizzazione dei bambini intrecciata all’infantilizzazione degli adulti. E, d’altra parte, come facciamo a “non” considerarlo maturo, visto che vota e ha piena responsabilità civile e penale? Quello che penso è che, in realtà, questi ragazzi siano molto più consapevoli di quanto crediamo: senza per questo ragionare come quarantenni o cinquantenni .

L’ordinamento scolastico sembra partire però da un’idea diversa: quella, cioè, che esista un bagaglio di conoscenze in grado di far entrare nel mondo degli adulti.

Già: nozioni, informazioni e competenze critiche che permettano di affrontare le responsabilità future. Chiacchierando con un gruppo di ragazzi prossimi al diploma, ragionavo sul fatto che uno dei limiti più criticati della scuola italiana ne rappresenti in fondo un pregio. Fin da piccolissimi li sottoponiamo a uno switching continuo fra materie e professori, un’ora d’inglese e poi la trigonometria, e poi i mitocondri e poi la storia romana. Una ginnastica che pare faticosa, dispersiva, e che invece rappresenta il valore formativo della scuola italiana in questo momento. Non succede così dappertutto: in Gran Bretagna, per esempio, si è obbligati a scegliere molto presto, privilegiando tre o quattro materie. Magari sbuffate, dicevo a quei ragazzi, ma state vivendo il vostro momento di maggiore apertura culturale. All’università, se ci andrete, sperimenterete un progressivo restringimento di campo, fino alla sottospecializzazione. E invece costringervi a occuparvi di matematica o di storia anche se non le digerite vi attrezza a 360 gradi: la famosa cultura di base, e speriamo anche l’elaborazione di un giudizio critico, indispensabili non solo per gli studi successivi ma anche per le sfide per la vita.

Le generazioni precedenti cominciavano presto a farsi esaminare: addirittura alla fine della seconda elementare, e poi in quinta, e poi in terza media. Non ha la sensazione che, oggi, questa barriera arrivi tardi e tutta di un colpo?

No, perché un esame strutturato come tale resta comunque, al termine delle medie. E soprattutto perché le occasioni di mettersi alla prova non mancano: per esempio nelle certificazioni di lingua straniera o nelle gare sportive. L’idea di essere valutati è parte delle loro esperienze. Però la maturità arriva in un momento molto preciso, e mescola allo stress un po’ di dispiacere. È la fine della vita in classe, cioè di una struttura educativa che li ha accompagnati per tredici anni. Sanno benissimo che, se con alcuni dei compagni continueranno a mantenere dei rapporti, altri finiranno per perderli.

Dunque all’ansia del giudizio si aggiunge la consapevolezza di un lutto?

«Ma speriamo che resti anche la curiosità di vedere che cosa sta per succedere, le nuove forme che potranno assumere i rapporti personali. L’augurio è che i ragazzi non restino ancorati al ricordo di quella che è stata anche una convivenza forzata, e che comincino a scegliere: è proprio questa la maturità. Ho qualcosa da aggiungere, però, all’idea di ansia da giudizio. Molti ragazzi sono messi in seria difficoltà dal fatto di essere valutati da commissari esterni, cioè da persone sconosciute. È la spia di un problema generale e molto diffuso, che concerne l’idea stessa di rapporto. Non tollero di non poter tenere sotto controllo l’esame, perché so che vi è coinvolta un’altra persona e che le sue reazioni sono imprevedibili. Non accetto che quel che sta per accadere non sia tutto in mano mia.

Nel bene e nel male?

L’esaminatore potrebbe dimostrarsi distratto, frettoloso. Sadico, perfino: e allora andrebbe a cercare proprio quello che non so, tentando di cogliermi in fallo. Ma non è detto che mi giochi contro: potrebbe anche darmi una gran bella soddisfazione, permettendo che le conoscenze che ho acquisito possano emergere. Proprio questa imponderabilità mi serve per mettere in guardia i ragazzi dalla tentazione del perfezionismo, che guasta le feste nella fase di preparazione e che è causa di angoscia anche per gli adulti. “Ho studiato, ma posso fare di più: mi manca sempre un pezzettino”: il rischio è di non sapersi fermare. Eppure la prova di maturità è proprio questa: essere in grado di dirsi che ci sente ragionevolmente pronti, anche se quella non è la materia preferita, anche se non si sa proprio tutto.

È la prova generale di altre sfide che si presenteranno nella vita?

Ci vorrebbe la sana curiosità di andare a vedere, senza angosce, come andrà a finire. Il rischio, come al solito, è quello di investire l’esame di una valenza che non ha, considerandolo come un prova complessiva di sé. Sarò bravo? Deluderò i miei genitori? E invece un eventuale insuccesso non va confuso con un fallimento. Non mette in discussione quello che sei.

Come presentarsi all’esame, dunque?

Ben attrezzati, non solo di conoscenze ma soprattutto di pensiero. E, potendo, godendosela: essere giudicato per quello che sai è una bellissima opportunità, che comunque vada può insegnarti molto.

E gli adulti, come possono aiutare il maturando che hanno in casa?

Degli esaminatori ho già detto: tirando fuori il meglio dai ragazzi. Ai genitori invece converrebbe favorire un ambiente sereno, non caricando la prova di significati troppo pesanti: a questo punto la pressione psicologica non serve proprio. Suggerirei anche di incoraggiare lo studio con i compagni.

Non a tutti riesce facile.

È una scelta personale, ma in genere il lavoro in comune è una buona esperienza di vita. Aiuta a vincere la stanchezza e permette un confronto molto utile. In più, una risata ogni tanto scioglie la tensione. Ed è importante che non ci si senta soli e angosciati, a sostenere una sfida da cui pare dipenda tutto.

Il gruppo, può assumere anche significati molto negativi, soprattutto in epoca di social network. Questo aspetto influenza il periodo della maturità?

Sì, qualcuno può avere la paura di sfigurare, può considerare il gruppo come una minaccia da cui difendersi. Ma se si ragiona su una trama di rapporti, se si esce dall’idea dei contatti virtuali e si recupera la dimensione personale della relazione con i singoli, il gruppo diventa me, Martino, Francesca, Luca: non i contatti di Facebook ma i veri amici, quelli con cui mi trovo bene e con cui intrattengo diversi livelli di intimità. Che non mi giudicheranno e non mi faranno mai del male. E che, nel caso, saprebbero proteggermi. Diventare maturi vuol dire anche questo: scegliere le persone giuste ed essere capaci di tenersele vicine.


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