Viaggio di maturità

L’Esame, un mito da superare: servono prove uguali per tutti con risultati leggibili e oggettivi

Il momento della verità si avvicina. Come tutti gli anni, presto circa 450.000 studenti e le loro famiglie si sottoporranno a quella specie di ordalia che è la maturità, l’esame di Stato al termine della secondaria di II grado. Strategie su quali materie puntare, analisi dei membri interni ed esterni (oggi le commissioni sono miste), telefonate convulse con i compagni, ripassi al cardiopalma, tesine che i genitori impacchettano sul powerpoint dell’ufficio: il rito di passaggio si ripete immarcescibile anno dopo anno.

Davvero? In realtà, la maturità è cambiata negli ultimi anni. Il voto finale è ormai fissato sulla base di una griglia precisa, che tiene conto anche dei risultati dell’ultimo triennio: è quindi venuto meno quell’elemento di imponderabilità che ha tanto contribuito a creare il mito dell’esame di maturità (“me la gioco tutta in tre giorni”). Inoltre, gli atenei non attribuiscono più alcun peso al voto fra i criteri di ammissione all’università. Eppure, l’esame continua ad agitare i sonni degli studenti. Inevitabile la domanda: la maturità ha ancora senso?

La risposta è sì, ma con criteri e obiettivi diversi. Nelle carriere scolastiche di tutti i paesi esiste uno snodo decisivo, in cui gli studenti devono dimostrare le loro competenze e abilità (compresa quella di reggere lo stress) e accettare di essere valutati in vista di quello che faranno dopo: poiché non siamo tutti eguali, se non è la scuola a farlo, sarà il mercato del lavoro a selezionare in modo ancor più crudele. Si pensi ai Sat americani o al temibile Gaokao cinese, il test di ammissione universitario di nove ore, in cui nove milioni e mezzo di studenti decidono il loro destino.

Tutti questi esami hanno una caratteristica comune, che manca alla nostra maturità: sono standardizzati, cioè sottopongono tutti alla stessa prova (spesso su poche discipline fondamentali) e la correggono in modo omogeneo, così da assicurare la confrontabilità degli esiti. Da noi invece ogni commissione adotta un proprio metro di giudizio. Sappiamo, ad esempio, che solo il 3,3% dei maturati lombardi esce con 100 o 100 e lode, contro il 9,2% di quelli della Calabria, che però i confronti internazionali ci indicano come la regione con il massimo deficit di apprendimento.

Così com’è, l’esame di Stato è superato: non è selettivo (meno dell’1% non lo passa) e non certifica le competenze in modo chiaro e confrontabile; non a caso, le università fanno crescente ricorso ai test di ingresso. A questo punto, due le alternative: o lo mandiamo in pensione e lasciamo che siano gli atenei e le aziende a definire i loro criteri di selezione; oppure – e sarebbe preferibile – lo trasformiamo in una serie di prove standardizzate che forniscano indicazioni leggibili sulle abilità degli studenti e il loro percorso di studio. Con buona pace del mito dell’Esame.


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