Viaggio di maturità

La “Notte prima degli esami” eravamo in quattro con la chitarra e così nacque quella canzone

Gli esami? Tanti. Saranno sempre lì con te da confonderli l’uno con l’altro. Ma a quelli ha pensato Eduardo De Filippo. La maturità è un’altra cosa, è l’apice della vita, un momento che non potrai mai dimenticare: è la gioventù, l’idea del gruppo, è la classe, la compattezza, le amicizie, le ironie, i rapporti, gli amori; per una ragazza, per i ruoli fondamentali, per un maestro eletto a guida. La mia di maturità, cadeva tra il 1966 e il ’67. Avevamo, noi studenti, anche problemi pratici: portavamo tutte le materie di tutti gli anni, un incubo pure per gente preparata. Era la tappa più importante, che poteva essere spettacolare o tragica, era l’idea che avevamo di scuola dura, compressa, pronta ad esplodere in un gesto di libertà culturale. Ci preparava al confronto rispetto ai nostri ideali sul futuro, che si esigeva degno del nostro titolo di studio. Era, per molti, l’accesso naturale e consacrato all’università, era una promessa e una difesa verso il mondo che avremmo trovato. E nel ’68 eravamo una classe sociale, importante nel gioco politico italiano, una grande forza che per la prima volta poteva imprimere un cambiamento profondo.

Oggi non è più tempo di promesse mantenute, neanche di quelle fatte a te stesso. Oggi lo studente è una forza lavoro, l’indirizzo d’impiego ha sostituito l’idea, fai la facoltà che ti aiuti a trovare un lavoro inesistente. È la prima disillusione dover rinunciare alle nostre speranze. La maturità coincide con l’ultimo sogno, per questo abbiamo lottato. I ragazzi di adesso sanno che non faranno mai il lavoro per il quale si sono costruiti, o almeno non lo faranno in Italia, il cambio è genetico, sarai sempre più solo anche se più libero, non avrai la classe che lotta con te, l’altro non è più tuo compagno ma tuo concorrente, aggressivo e non più solidale, ora c’è la competizione al posto della collettività.

Notte prima degli esami, in ogni strofa, un bel quesito. «Quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla» eravamo Francesco De Gregori, Ernesto Bassignano, Giorgio Lo Cascio e io, l’unico a suonare il pianoforte e siccome non c’era mai, era per me come la Croce di Cristo, un peso. A volte mi davano quello acustico, me lo incollavo ma ci rimanevo male. Questo comportava che gli altri tre suonassero le mie canzoni con la chitarra. Mi dispiaceva. Poi c’è stato il film di Brizzi ispirato alla mia canzone. Ho aderito al primo, con il seguito è diventato un’operazione commerciale e mi sono incazzato, non volevo si appropriassero di qualcosa di pregio facendone dell’altro.

Con Facebook ho rincontrato gli amici di scuola, è passato un minuto da quando ti sei lasciato anche se ne sono trascorsi quaranta di anni. Sei due rami dello stesso cuore. Classe è anche l’anno di nascita che ai tempi miei significava molto, due anni in più o in meno facevano l’immenso. Noi, la classe del ’49, abbiamo avuto la fortuna di essere al centro della politica, della cultura, dei movimenti. Abbiamo cominciato nel momento giusto, nella musica, nella letteratura, nel teatro, nella politica. Ho visto il Big Bang, Kerouac, Easy Rider nel momento perfetto, Kubrick, Buñuel, i Beatles, ho avuto buoni professori e le canzoni adatte. In bocca al lupo a tutti e dopo, buona prima vacanza di libertà, ve la siete meritata.


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