Viaggio di maturità

Da Peter Pan a Harry Potter la lezione del ’900

Il Novecento è stato il secolo dell’immaturità, ma anche quello dell’inizio della guerra alla vecchiaia. Lo scrittore argentino Adolfo Bioy Casares immagina, nel romanzo Diario della guerra al maiale (1969), che un bel giorno, all’improvviso, i giovani di Buenos Aires decidano che chi abbia più di cinquant’anni è inutile alla società. Si scatena così una strana e misteriosa guerra: la «guerra al maiale», e per una settimana intera i giovani si impegnano a dare la caccia ai vecchi e sterminarli. La confusione tra maturità e immaturità, il prolungarsi della «giovinezza» fino all’età adulta avanzata, il disprezzo della vecchiaia, minacciano di portare oggi, esacerbati da una crisi economica che riduce sempre di più i posti di lavoro e lo spazio di realizzazione per i giovani, all’emergere di un conflitto violento tra generazioni sempre più agli antipodi per interessi e cultura.

Il Ventesimo secolo si è aperto con Peter Pan (1904) e si è concluso con la saga del maghetto Harry Potter (1997-2007). Sia Peter Pan che Harry Potter sono il prodotto della cultura e della letteratura inglese, la più sensibile ai temi dell’infanzia. Le due saghe hanno molti punti in comune tanto da far ipotizzare che Rowling abbia deciso di fare di Hermione una versione di Wendy in chiave moderna e di Voldemort un nuovo Capitan Uncino. Infatti Lord Voldemort (alias Tom Riddle) incarna, come Capitan Uncino, la tentazione negativa di aggrapparsi all’infanzia per tutta la vita e di vedere il tempo come una minaccia da scongiurare con ogni mezzo, facendo di tutto per rifugiarsi in quel magico e dorato mondo dei bambini.

Harry Potter costituisce la risposta alla questione dell’immaturità rappresentata da Peter Pan. Ne è, anzi, l’antidoto. Peter Pan non vuole crescere, fugge spaventato dal brutto e difficile mondo degli adulti; Harry Potter invece, frequentando la scuola dei maghi di Hogwarts, compie un percorso di crescita e di maturazione che lo porterà a lottare e sconfiggere il male. Attraverso una serie di «passaggi iniziatici» Harry Potter diventa adulto e rinuncia alla spensieratezza, che è ebrezza del presente, oblio del passato e disinteresse nei confronti del futuro. Egli abbandona l’innocenza infantile, mostrando che l’adulto è colui che smette di credersi innocente e si assume la propria parte di responsabilità nella vita. Crescere non equivale tanto a svelare il nostro futuro (come crede qualche mago), quanto piuttosto a sollevare a uno a uno i veli del nostro passato. È ciò che fa Harry Potter nella sua saga. Le sue avventure mostrano come per maturare e diventare adulti occorrano tre cose: a) il coraggio di sollevare fino in fondo ogni velo senza fermarsi a metà strada; b) la capacità di mettersi in discussione e la volontà di rimediare per quanto possibile agli errori dettati dalle emozioni; c) l’intelligenza di accettare i nuovi lati che ciascuno rivela senza cadere mai in visioni precostituite e semplicistiche.

Col passare degli anni, il fenomeno di Peter Pan, bambino che non vuole crescere, è stato affiancato sempre più dal fenomeno opposto: genitori che non vorrebbero mai che i loro figli crescessero. Si assiste così allo spettacolo devastante di padri e madri che cercano di ritardare il più possibile lo sviluppo dei propri figli, mantenendoli, più o meno inconsciamente, in una forma bambinesca maggiormente consona a soddisfare la loro «attitudine» di genitori. Quando un figlio diventa la propria ragione di vita, significa che si è abbandonata la ragione invisibile della propria vita. Il risultato è quello che lo psicoanalista James Hillman definisce «una cultura bambineggiante orfana di padre, con bambini disfunzionali dal potere esplosivo».

Peter Pan e Harry Potter sono due orfani maschi e incarnano bene la crisi del maschio moderno (…).


Nel mondo contemporaneo il maschio non riesce a conciliare la proclamata parità delle donne e il suo istinto, spesso inconfessato, di associare l’idea di potere a quella di virilità. In questa competizione avrebbe bisogno di rivelarsi sempre e comunque il migliore; ma siccome i successi delle donne sono sempre più evidenti, egli risulta inferiore e la sua immaturità lo spinge a mascherare la sua debolezza con l’aggressività.


[Numero: 26]