Viaggio di maturità

Avevo studiato così tanto da ammalarmi prima di matematica e ora vi dico: non è giusto

Gli incubi legati al passato esame di maturità accomunano un po’ tutti: e sono molto peggiori di quelli che lo anticipano, legati per lo più all’ansia. Rifare lo scritto di matematica, ma con le conoscenze azzerate di oggi. (Gli integrali? Come diavolo si calcolano gli integrali?). Fare scena muta all’orale. Arrivare in ritardo e farsi bocciare. Eccetera.

C’è da chiedersi perché quell’evento sia così traumatico da ritornare in forma persecutoria, come se non fosse mai terminato davvero. Una risposta comune: perché è la prima vera soglia di passaggio verso l’età adulta — da cui appunto il vecchio nome, maturità. (La denominazione ora è: “esame di Stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore”). Ragionevole, ma a mio avviso insufficiente.

Io per l’esame studiai così tanto da arrivare del tutto stravolto e ammalarmi prima dello scritto di matematica (appunto), che dovetti posticipare e svolgere da solo. I miei ricordi sono dunque ancora meno piacevoli del solito; ma ciò che ricordo meglio è il volto disarmato di un compagno bocciato con 58 punti su 100. Aveva sempre avuto una buona media durante i cinque anni; qualche caduta, niente di grave, ma non era un cattivo studente. Poi lo stress, la stanchezza, quel che volete — una prova era andata male, l’altra così così, e l’orale aveva fatto il resto. Per qualche giorno sfortunato dovette ripetere un anno, senza colpa. Un anno intero, nell’età in cui si ha una fretta disperata di crescere e cambiare. Perché? È davvero necessario “valutare le competenze acquisite dagli studenti al termine del ciclo” in questo modo? È giusto? Non credo. Mio nonno insegnava italiano in una scuola tecnica, e per tutta la sua vita l’ho sentito ripetere che bocciare alla maturità era un grave errore; e di più: la testimonianza di un fallimento educativo.

Lo so, è un’obiezione nota. La replica usuale è dire che l’esame è utile proprio per questo; perché costringe un ragazzo a confrontarsi con un grado di stress che ritroverà spesso in seguito. L’ingresso simbolico nella società degli adulti corrisponde con una prova da superare: una riedizione scremata dei vecchi riti; niente di nuovo sotto il sole. E di certo il mondo che aspetta i diciannovenni sarà pieno di colloqui e prove dove saranno considerati a volte sommariamente e dove la loro intera storia verrà giudicata nello spazio di poche domande. In questo l’esame di Stato svolge bene il suo ruolo. La mia domanda è: è giusto?


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