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Semplicità e non spettacolo la lezione del Bauhaus e di mio papà

S e penso all’architettura penso a mio padre: è stato lui a insegnarmi l’abc, mi portava con sé sui cantieri e vedevo come parlava e interagiva con quelli che lavoravano per lui. La prima lezione che diede in Israele fu a beneficio degli operai, era uno collaborativo e senza barriere, secondo l’impronta del Bauhaus. Rompere gli schemi è la chiave per fare buona architettura. Quando è scappato da Goebbels e dalla Germania nazista, mio padre aveva deciso diversamente dal suo amico Mies van der Rohe e dagli altri, tutti emigrati a New York: voleva andare in Israele perché aveva un progetto politico e architettonico, i kibbutz.

Pur avendo studiato architettura seppi subito che non era per me, troppo formale, io volevo realizzare cose manuali. Poi certo, l’architettura c’entra sempre nel mio lavoro. Il muro che ho allestito per la mostra del Maxxi di Roma sull’assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin è frutto di un percorso che viene dal Bauhaus: volevo esporre con onestà e semplicità gli elementi con i quali mi cimento e il Bauhaus era esattamente l’onestà che deriva dalla semplicità. Non bisogna pensare di dominare tutto come fanno oggi certi architetti star, gli spettatori vanno invitati a partecipare come fossero interpreti e non consumatori.

C’è un approccio Bauhaus anche alla politica ed è quello che Israele ha perduto definitivamente con la morte di Rabin. A vent’anni dal suo assassinio siamo ancora inchiodati alle conseguenze di quei tre spari che non solo hanno ammazzato il primo ministro, ma hanno decapitato la possibilità della riconciliazione tra israeliani e palestinesi. Quello di Rabin è stato il più serio tentativo di riconciliazione, dopo abbiamo assistito a un crescendo di arroganza. Pensare che ai suoi tempi metteva in guardia dal ritiro unilaterale da Gaza perché era convinto che in quel modo fosse un errore, che avrebbe prodotto più caos e che a prevalere sarebbero stati i peggio: diceva che se ce ne fossimo andati dovevamo lasciare l’elettricità, le infrastrutture. Rabin in reatà è stato un epigono, ha chiuso un ciclo politico che coincide con un ciclo estetico, il Bauhaus della fondazione dello Stato d’Israele.

Per capire il rapporto tra architettura e politica è interessante mettere a confronto città contemporanee come Tel Aviv o Haifa e Gerusalemme. Tel Aviv fu costruita sulle dune, l’urbanista Patrick Gaddens aveva progettato una città-giardino e aveva messo grande enfasi sulle zone pedonali come dimensione della vita comunitaria. Ancora oggi a Tel Aviv, Rothschild, il cuore della vecchia città, è un magnete che incoraggia l’aggregazione, è li che si fanno le manifestazioni. Gerusalemme invece è l’opposto, è tutta concentrata sull’eternità e sul conflitto tra le tre confessioni. Si tratta di due idee urbanistiche contrapposte, Gerusalemme sacrifica il quotidiano all’eterno come se l’uomo fosse lo strumento delle religioni, mentre Tel Aviv mette l’umanità al centro della routine, rappresenta il punto di vista secolare.

Mi pare che oggi stiamo perdendo la memoria. Guardo al dibattito irrazionale dell’architettura tutto basato sullo spettacolo e non sulla semplicità. Guy Debord metteva in guardia dall’architettura dello spettacolo. È come se gli architetti fossero gelosi di noi registi cinematografici e volessero cimentarsi con le immagini, ma l’architettura non si fa solo con le immagini. Una componente fondamentale del design è la proporzione umana, e in questo momento gli architetti non sono modesti, hanno deviato verso l’estetica spettacolare, fanno sculture di sé stessi. L’unica alternativa alla morte è la memoria, il potere non vuole che ricordiamo e la potenza dell’oblio è oggi fortissima. Invece dobbiamo ricordare, se noi ebrei non lo avessimo fatto non ci saremmo più, viviamo di alta tecnologia, ma siamo sopravvissuti grazie alla memoria, alla riflessione, alla necessità di essere in disaccordo. Senza lo scontro con Newton non ci sarebbe stato Einstein.

(testo raccolto da Francesca Paci)


[Numero: 25]