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Paesaggio e architettura: i rischi della tutela rigida

Le superfetazioni in cartongesso, lascito della ristrutturazione fine Anni 80. Sotto la grande vetrata, il giardino botanico degli studenti di agraria. Dall’altra parte, oltre il corridoio, il cortile d’onore del castello del Valentino, patrimonio dell’Unesco e sede della facoltà di architettura del Politecnico di Torino. Alle spalle la collina lussureggiante, quinta di una città che ha «la più bella posizione naturale al mondo» secondo Le Corbusier. Il Po. Il parco. Echi barocchi. E il borgo medievale, un falso storico. Uno, nessuno e centomila paesaggi. Conversando nell’ufficio di Carlo Olmo, storico dell’architettura. «Trent’anni fa il concetto di paesaggio, non il suo uso, apparteneva alla lingua delle élite, oggi è entrato nel linguaggio comune anche grazie, vorrei tentare una provocazione, alla connessione con il concetto di patrimonio. Corrono in parallelo, s’incrociano, s’implementano reciprocamente».

Come nasce questa connessione?

Non certo solo perché l’Unesco ha esteso la tutela del “patrimonio dell’umanità” dai siti archeologici e architettonici a quelli naturali. Tutte le parole e i concetti che hanno a che fare con la memoria sono diventati centrali. Se vuole un riferimento quello è il lavoro di Pierre Nora sui Lieux de mémoire: un tentativo di ricostruire l’identità nazionale francese attraverso l’individuazione di luoghi della memoria, dalla statua della Marianne ai paesaggi naturali. E piano piano tutto diventa paesaggio e tutto diventa patrimonio.

Non c’è rischio di fare un po’ di confusione?

Paesaggio è concetto polisemico per eccellenza, i geografi l’hanno costruito sperimentalmente nel primo Novecento, ma c’è una tradizione artistica che risale al medioevo. Google Earth è ad esempio solo l’ultima rappresentazione paesistica dall’alto, ma c’erano già nel ’600 rappresentazioni delle città a volo di uccello.

Ma oggi si può convergere su una definizione comune?

Il paesaggio nasce per una lettura artistica, letteraria, geografica. Ma nella contemporaneità implica un’idea di tutela e una connessione paesaggio-diritti che la caratterizza e nasce negli Stati Uniti con la creazione dei grandi parchi.

Questa connessione non produce un corto circuito? Il paesaggio, con la sua presunta naturalità, si presta ontologicamente alla tutela intesa come divieto (o limite) di fare. Mentre grandi opere del passato, che ora ci paiono luoghi della memoria da conservare, quando furono trasformate, rappresentavano a loro volta un intervento umano. La costruzione della basilica di San Pietro fu assai controversa, non parliamo di via della Conciliazione.

La dicotomia artificio-natura attraversa in realtà tutta la storia dell’umanità. Non a caso l’applicazione del concetto di paesaggio alle città è recente, l’espressione «paesaggio urbano» contiene quasi un conflitto epistemologico. Ma il concetto di patrimonio - onnivoro: dalle piramidi al museo della zappa - soccorre ed è funzionale alla creazione di politiche. Da quelle banalmente turistiche a quelle più sofisticate, identitarie. Com’è noto le tradizioni si possono ricreare, ridefinire, persino inventare.

Torniamo all’incrocio tra paesaggio e patrimonio attorno all’idea di tutela. Il problema non è solo cosa tutelare, ma come e fino a che punto: siano centri storici o colline, siano villette o centri commerciali o infrastrutture.

Tutelare è una scelta. Negli ultimi dieci anni è esplosa una reazione a un processo di abuso del territorio per cui il valore mercantile era l’unico criterio di consumo dello spazio, mentre le culture architetture andavano quasi a rimorchio. Grandi intellettuali come Asor Rosa e Settis si sono schierati per una concezione rigida del paesaggio. Un’esasperazione, se vuoi, del valore memoriale di fronte all’impossibilità di fermare orrori come le teorie di capannoni industriali da Verona a Mantova.

È un fenomeno tipicamente italiano?

Non è solo italiano. Un ipotetico viaggiatore che percorresse tutte le coste da Istanbul a Oslo incontrerebbe pochi lembi di coste non saturi di seconde case e piccoli grattacieli. In Calabria come in Normandia. È la democrazia del tempo libero, ma anche il consumo quasi irrimediabile del paesaggio.

C’è una novità. Negli ultimi alle denunce delle stragi di paesaggio si è accompagnata una nuova cultura che riscopre paesaggi negletti, li mitizza secondo canoni e stili di vita diversi. Cosa ne pensa?

La reazione per cui tutto è paesaggio è legittima: dalle cascine delle Langhe alle chiesette medievali, dai filari di vite agli uliveti, tutto può essere patrimonio e paesaggio. La rappresentazione artistica ha canonizzato modelli di paesaggio, poi si è inserito un turismo che ha creato una domanda di paesaggio. Ma non si pensi a una pacificazione dei valori. Anche questo uso genera conflitti. E violenze non meno devastanti. Pensiamo a Roma e contiamo le pizzerie tra il Pantheon e piazza Navona: uno stabulario all’aperto di mangiatori ha ancora a che fare con la Roma che i turisti sognano disegnata da Piranesi?

Il paesaggio alle masse, anziché solo a dame e imprenditori illuminati?

Sì, ma con una cultura puramente visiva e non storica dei luoghi, alimentata dalla comunicazione con gli smartphone, semplificata per poter essere trasmessa. Tutti devono sapere dove ti trovi, che tramonto stai vedendo, ma quanti di quelli che mettono su facebook le foto da Venezia o da Roma sanno cosa sia la gestione delle acque in un paesaggio lagunare o la costruzione di un isolato barocco? Esiste un consumo così allargato senza una banalizzazione? Prima almeno tornavi con un’immagine sacra come souvenir, ora con migliaia di foto su un dispositivo elettronico. I ricordi nemmeno li porti a casa, ti accontenti di trasmetterli.

Siamo partiti parlando del paesaggio e siamo arrivati a parlare del viaggio.

Un legame indissolubile. Il paesaggio nei viaggi d’istruzione dalla metà del Seicento in poi era una lentissima scoperta delle grandi aristocrazie. Viaggi che duravano anni, sentimentali, era il camminare come scrive Thoreau in un libro meraviglioso tradotto da Donzelli. Niente a che vedere con il viaggio di oggi, dettato dal marketing territoriale. Che senso ha andare nei templi birmani per una giornata? Per capirli servirebbero due anni di studio.

Già, che senso?

Il senso di un consumo semplificato ed emozionale, non sentimentale. Le emozioni le bruci in un secondo. Oggi il mondo che viaggia e consuma paesaggio mi pare un mondo di borderline. Suscitare emozioni e vivere di emozioni non necessità di struttura di racconto né di informazione. Ma nella società del tempo breve risulta vincente.

Ha fatto cenno a Venezia. A me pare il luogo in cui le contraddizioni del paesaggio esplodono con più energia.

Il paesaggio è luogo di contraddizioni infinite. Le élite inglesi che finanziano i restauri di Venezia «com’era e dov’era» sono le stesse che comprando case vissute saltuariamente espellono la popolazione locale e le attività fondamentali. Uno dei fenomeni più drammatici è la trasformazione degli abitanti in redditieri. La città dei mercanti per eccellenza, il cui simbolo è Marco Polo, diventa la città degli affittacamere.

È un processo univoco?

Più il paesaggio urbano è sacralizzato dalle salvaguardie, più diventa oggetto di un marketing feroce e inarrestabile. Oggi comprare nel 4° o nel 5° arrondissement di Parigi è impossibile, non parliamo di Londra.

Con un’ulteriore contraddizione. Alla moltiplicazione della ricerca identitaria dei paesaggi fa da contraltare l’omologazione dell’architettura, l’internazionalismo dei grattacieli uguali a decine di migliaia di chilometri di distanza, in contesti completamente diversi. Altro che memoria, siamo allo sradicamento.

Dipende dalla separazione tra costruzione e simbolo, ciò che le avanguardie avevano disperatamente cercato di tenere insieme. La progettazione è delle grandi società di ingegneria, che definiscono la struttura. Una torre di uffici a Dubai o New York cambia poco. Poi gli architetti curano le forme simboliche e visibili, gli involucri. Alla globalizzazione di alcune funzioni si associa la globalizzazione della bizzarria.

E gli architetti che cosa sono: complici o vittime?

Il bravo architetto si vede nella distribuzione degli spazi, penso alla scuola di Broni di Aldo Rossi. Oggi la distribuzione degli spazi è regolata da regole economicistiche e tecnologiche. Spesso non resta che un’architettura di involucri. E di materiali emotivamente stupefacenti ma molto deperibili, che avrebbero fatto inorridire qualsiasi architetto ottocentesco.

E il Bosco Verticale sperimentato a Milano e importato dai cinesi, che ne hanno ordinati un centinaio da affastellare in una nuova città?

È lo spirito del tempo, torniamo al rapporto artificio-natura. Il bosco era uno dei luoghi più produttivi della società medievale. Ma il bosco contiene un carattere magico e misterico, per questo è piaciuta come parola ai promotori milanesi. A Torino, dove c’è meno fantasia, una casa simile l’hanno chiamata casa degli alberi.

Il bosco verticale è la nuova frontiera? Dobbiamo rallegrarci o rassegnarci?

Se funzionasse, gli alberi alla fine si mangerebbero l’architettura. Altrimenti o li fai morire o li devi miniaturizzare come hanno fatto i giapponesi con ammirevole umiltà. Nell’ultimo secolo l’architettura è piena di scommesse paradossali. Alcune hanno funzionato. Perché questa funzioni, bisogna augurarsi che la natura soccomba?


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