architetti ridateci il nostro paesaggio

Ogni giorno scompaiono 50 ettari. Ma il paesaggio non si salva da solo

Il paesaggio italiano è ancora il grande malato nazionale. A minacciarlo c’è sempre lui, il cemento. In Italia ogni giorno più di 50 ettari sono persi per sempre. La superficie urbanizzata è oltre l’11% (ISPRA). Ma il cemento è solo il prodotto visibile di un processo culturale ben più problematico che ci ha abituato al fastidio per i vuoti e ci ha anestetizzato davanti alla violenza raccapricciante con cui il paesaggio viene colpito e offeso. E così ad Arco di Trento, sul lago di Garda, accade che un bell’edificio del 900, incastonato tra ulivi e lago, non viene recuperato, ma demolito e al suo posto arriva un condominio di appartamentini per ricchi russi. Oppure a Villesse, Gorizia, si apre un centro commerciale da 90.000 m2 su aree agricole chiudendone uno vicino, a Gradisca, che diviene una nuova area dismessa. E poi ci sono le inutili autostrade mangia paesaggio. La Lombardia del dopo EXPO ha adottato (dicembre 2105) un piano che prevede nuove autostrade che vanno a consumare più di 2000 ettari di suolo. Sono tutte ferite, più o meno mortali, al territorio che continuano imperterrite nonostante le belle parole in convegni e conferenze. Non che queste non si debbano tenere, ma qualcosa non funziona nella narrazione e la teoria rimane troppo dissociata dalla pratica. E nella distanza si infilano i guai. Prendiamo la rigenerazione urbana che ultimamente è la ricetta magica che dovrebbe salvare il paesaggio. Almeno così pare leggendo articoli e proposte di legge pseudo salva-suolo. Peccato però che la rigenerazione, che è un progetto complesso di recupero urbanistico ambientale e sociale assieme, potrebbe avere una qualche speranza ma solo a fronte di una serie di condizioni al contorno molto precise. Una di queste è che deve essere conveniente solo rigenerare (nel rispetto dei codici paesaggistici, sia chiaro). Questo vuol dire che devono sparire di botto dai piani tutte le aree agricole che potrebbero essere cementificate. È ovvio che un’impresa o una finanziaria preferiscano continuamente investire in nuove costruzioni su spazi aperti (basso rischio e massimo profitto), piuttosto che iniziare una rigenerazione complessa. Costruiamo allora dei percorsi amministrativi e fiscali semplici e convenienti per la rigenerazione e molto molto complessi e sconvenienti per tutto il resto. E bisogna essere chiari e fermi. È così che attorno a Londra sono state rigenerate il 94% delle aree dismesse/sottoutilizzate. Se non si fa così non si ferma il consumo di suolo, ma gli si dà solo un pizzicotto e ci sciacquiamo la coscienza senza neppur lavarla. Quel che serve allora è cambiare coraggiosamente mentalità, eliminare questo inutile spezzatino di regole e regolette diverse in ogni comune e regione e preparare velocemente le condizioni operative per accogliere gli sforzi ‘buoni’ e rigettare indietro convintamente il resto. Il paesaggio non si salva da solo, non è resiliente. Tocca a noi.


[Numero: 25]