architetti ridateci il nostro paesaggio

Nella geometria delle vigne l’incontro tra etica ed estetica

Capita, alle volte, che il paesaggio che siamo abituati a lasciarci scorrere distrattamente sotto gli occhi ci colpisca per la sua bellezza. In quei momenti, esso smette di essere un semplice fondale scenografico e guadagna improvvisamente la ribalta, mentre noi ci lasciamo sorprendere e ne contempliamo l’armonia, prima di essere nuovamente rapiti dalla quotidianità. In quei sempre più rari momenti ci rendiamo conto dell’importanza di coltivare la bellezza, dentro e fuori di noi.

È solo quando ci soffermiamo un po’ di più a riflettere su quella stessa bellezza che non possiamo non notare come le peculiarità del paesaggio, che siamo spesso inclini a identificare come “natura”, di naturale abbiano molto poco. Escludendo le cime più scoscese e inaccessibili dei monti, e pochi altri ecosistemi estremi, il paesaggio che noi vediamo, con le sue armonie e le sue storture, è il risultato diretto e indiretto dell’attività umana, e prima fra tutte dell’agricoltura e della produzione del cibo.

Basti pensare alle mie amate Langhe, con le geometrie delicate delle vigne che ne pettinano i pendii, all’equilibrio tra bosco e pascolo che viene mantenuto dai pastori transumanti sulle nostre Alpi, ai terrazzamenti per la coltivazione dell’ulivo in Liguria. Sono solo esempi, e l’Italia ne è piena.

In questi casi ci accorgiamo allora anche di come l’espressione “coltivare la bellezza” non sia utilizzata a caso, perché è proprio il lavoro eterno di tanti uomini e tante donne ad averci consegnato il nostro territorio per come lo conosciamo oggi.

Parliamo di persone che hanno portato avanti un dialogo secolare con le regole della natura, cercando un equilibrio fra i ritmi della vita e le necessità della produzione, e che attorno al mutamento che consegue questo scambio hanno creato comunità ed economie. Attraverso la gestione del territorio e delle sue risorse, i popoli hanno trovato il modo di crescere e di svilupparsi, di definire la propria identità e di garantirsi la sopravvivenza. Il risultato di questa dialettica infinita è l’incredibile patrimonio di biodiversità di cui oggi dobbiamo essere non solo fruitori, ma anche difensori, perché le minacce sono molte.

Credo che sia proprio lì che si crea la vera bellezza, nell’unione tra bello e buono, tra estetica ed etica. Nel quarto secolo avanti Cristo Platone aveva individuato in questo concetto uno dei capisaldi del pensiero filosofico classico, noi lo abbiamo messo alla base del nostro movimento sostenendo come il cibo debba essere “buono, pulito e giusto”. La bellezza è importante ed è nostro dovere proteggerla: la bellezza è nell’etica di chi guarda.

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