architetti ridateci il nostro paesaggio

I paesaggi della letteratura

Giardini e libri hanno in comune più di quanto si possa immaginare. Entrambi sono sospensione dello scorrere del tempo dell’uomo, spazio di libertà protetto, incontro, sorpresa. Origami questa settimana vi propone non uno ma due libri, là dove letteratura e paesaggio si confondono l’una nell’altro.

Giardini di carta (Add editore, 2016), dell’autrice Évelyne Bloch-Dano è una passeggiata colta attraverso parchi e giardini protagonisti delle grandi storie della letteratura francese. Dal soggiorno di Jean Jacques Rousseau a Les Charmettes, fino al verde urbano, cerebrale dei romanzi del premio Nobel Patrick Modiano, passando dai giardini erratici ricostruiti da Colette a ogni nuova storia d’amore. Un libro che si apre «come si spinge il cancello di un giardino abbandonato», portandoci alla riscoperta dei classici sotto una nuova luce. Dimmi che giardino sogni e ti dirò chi sei: così il binomio tra natura e cultura si rispecchia bene nell’opposto atteggiamento di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir di fronte a piante, alberi e fiori, scoperti per entrambi la prima volta al Jardin du Luxembourg, Come il cortile dell’Alhambra, cui sembra ispirarsi anche nella grafica, Giardini di carta è intarsiato di curiosità: scopriamo così l’origine persiana della parola paradiso, da “pardes”. Il luogo della serenità, della contemplazione e del benessere totale era in fondo un giardino circondato da alberi.

Lettura più engagée e allo stesso brillante e ironica, Una seconda natura (Adelphi, 2016) del giornalista e scrittore Michael Pollan, riflette sulla presunta dicotomia tra cultura e natura. Incarnata dai due giardini cui l’autore fa riferimento, quello ideale, immaginato, legato ai ricordi. e quello reale a Cornwall, nel Connecticut, su un «terreno collinare roccioso e difficile da gestire», cui Pollan si dedica da sette anni. La missione è quella di farli combaciare perché, nella visione dell’autore, natura e cultura sono inscindibilmente legati. In questo piccolo trattatello teorico-pratico diviso in stagioni sulla cura del giardino, trovano dunque spazio riflessioni sulla società e sulla vita. Come quando l’autore ironicamente si chiede come mai guardando un fiore si ritrovi a pensare al sesso. E in quella decostruzione della rosa Maiden’s Blush, selezionata dall’uomo per ricordare meglio l’idea di una passione amorosa c’è tutto il corto circuito che Pollan invoca come salutare soluzione alla contrapposizione tra natura e artifizio. E che nei giardini si rispecchia tra seguaci della “wilderness” vagheggiata da Thoreau e fautori dell’utopia di un prato sempre perfetto. Come ricordato anche da Bloch-Dano, Alexander Pope suggerisce però una terza soluzione: consultare sempre il genius loci, il genio del luogo. «Sarà lui a dirvi se alzare o abbassare le acque, se aiutare le colline ambiziose a scalare il cielo o estrarre da una valle teatri avvolgenti».


[Numero: 25]