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Central Park, un “diritto” L’invenzione di Olmsted

«Questa è un’opera di grande importanza, come primo vero parco costruito nel nostro paese. Uno sviluppo democratico del più alto significato».

I circa quaranta milioni di visitatori che ogni anno entrano nel Central Park di Manhattan probabilmente non hanno mai letto queste parole di Frederick Law Olmsted, e forse non sanno neppure chi sia lui. La maggior parte di loro, poi, non si chiede perché non passa sotto qualche porta pomposa e capace di intimidire, varcando le soglie del polmone verde di New York. Questo però è esattamente il vero trionfo a cui puntava Olmsted. Perché l’uomo che alla metà dell’Ottocento aveva disegnato Central Park, e per molti versi fondato la landscape architecture negli Stati Uniti, pensava che gli spazi pubblici dovessero essere aperti a tutti, senza distinzione di ceto o rango, e aiutare le anime umane a rinvigorirsi con la loro bellezza naturale.

«Questa è un’opera di grande importanza, come primo vero parco costruito nel nostro paese. Uno sviluppo democratico del più alto significato»

L’architettura del paesaggio esisteva da secoli in Europa, anche senza usare questo nome, ma negli Stati Uniti è diventata sistema. Non più privilegio di nobili e ricchi, dietro le mura di cinta che nascondevano le loro spettacolari proprietà, ma diritto riconosciuto e accordato a tutti i cittadini. Il primo che l’aveva immaginata era stato Andrew Jackson Downing, ma poi è stato Olmsted a fondarla così. Con le sue opere e con la sua filosofia, trasmessa poi ai figli e codificata nella fondazione dell’American Society of Landscape Architects nel 1899.

Tanto per cominciare, e per capire la mentalità pionieristica degli Stati Uniti, Frederick non era neppure un architetto. Poco prima di entrare all’università di Yale si era ammalato agli occhi, e quindi aveva dovuto rinunciare agli studi. Allora si era dedicato alla gestione di una fattoria a Staten Island, e al giornalismo. Si era occupato di giardini viaggiando in Europa, e di schiavismo tornando negli Usa prima della Guerra Civile, dove poi aveva servito per curare i feriti. Erano altri tempi, e con queste credenziali inesistenti nel 1858 Olmsted aveva ottenuto insieme al collega inglese Calvert Vaux l’incarico di dare a New York il suo parco centrale, prima che lo sviluppo frenetico della città lo rendesse impossibile. L’idea era quella di limitare al massimo gli interventi, e lasciare che la natura si sviluppasse come avrebbe fatto se non fossero esistiti gli esseri umani, che in cambio ne avrebbero ottenuto pace e gioia. Con quel progetto era nata una carriera, una disciplina e una filosofia.

Fare l’elenco delle opere di Olmsted, adesso, significa raccontare la storia dell’architettura del paesaggio negli Stati Uniti, dal Prospect Park di Brooklyn, a quello delle cascate Niagara, fino ai campus delle università di Yale, Berkeley, Stanford e Cornell, dove Frederick non si era mai laureato, ma dove tutti oggi lo studiano. Il sistema dei grandi parchi americani, dalla California a New York, è nato grazie a lui, con l’idea di conservare la natura e offrirla intatta a tutti i cittadini, come un diritto democratico di goderne, ma anche un dovere comune di proteggerla dal necessario sviluppo del paese. Oggi magari queste idee sembrano scontate, ma pensate cosa significava professarle in un’epoca in cui, per esempio, l’Italia unita ancora non esisteva e Villa Borghese era appunto ciò che diceva il suo nome, la villa privata di una famiglia principesca.

La filosofia di Olmsted era diventata sistema nel 1899, quando, quattro anni prima della sua morte, i figli Frederick junior e John avevano fondato insieme ad alcuni colleghi l’American Society of Landscape Architects. Da allora in poi negli Stati Uniti la cura del paesaggio è diventata una professione ufficiale, che oggi ha oltre 22.000 dipendenti, circa 16.400 architetti con licenza, e gestisce interventi per 2,3 miliardi di dollari all’anno, secondo i dati del National Endowment for the Arts. Opere molto coraggiose come il Gas Works Park di Seattle, che ha trasformato un sito industriale tossico in un parco per famiglie, oppure l’High Line di Manhattan, oltre due chilometri di metropolitana soprelevata e abbandonata a Chelsea, che James Corner ha fatto diventare un giardino dove crescono 210 speci di piante rare e selvatiche. La bellezza della natura dove è più inattesa, che diventa manifesto programmatico della democrazia nelle città.


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