architetti ridateci il nostro paesaggio

Viziati dalla troppa bellezza: così l’Italia deve ritrovare l’armonia territorio-modernità

Aggirandosi nei meandri di autostrade e ferrovie, tra schiere di capannoni, parcheggi e villette, potremmo forse dire, in tutta coscienza, che gli italiani siano stati all’altezza del loro territorio? Viziati da paesaggi tra i più ammirati al mondo, dalle colline del senese a quelle delle nostre Langhe, dalle coste della Sardegna alle Alpi del Trentino, fino alle glorie della Puglia e della Sicilia, abbiamo incominciato a darli per scontati e a violarli, forse pensando che, un pezzo qui e un pezzo là, non se ne sarebbe accorto nessuno. Evidentemente tanta bellezza può generare cattive abitudini e invece che spronarci alla conoscenza e al rispetto ci ha come anestetizzato e assuefatto. E questo vale non soltanto per il paesaggio naturale, ma anche per quello antropico, tanto agrario quanto urbano: un tempo in Italia si sapeva coltivare e costruire in scala ed in armonia con il proprio territorio e boschi, campi e città erano parti di un sistema coerente e proporzionato, capace di evolversi insieme e gradualmente. Ad un certo punto il meccanismo si è rotto e il paesaggio come nozione unitaria è stato via via dimenticato: più nessuna visione comune, soltanto frammentazione di competenze e soprattutto di interessi. Dopo la guerra, nell’Italia del boom economico, e fino ai primi piani paesaggistici della metà degli anni Ottanta, mancava una qualsiasi forma di gestione coordinata del territorio e anche quei pochi interventi che sono stati fatti scontavano l’idea, ancora ora molto di moda, che riqualificare significasse prima di tutto cementificare. Quale spazio allora poteva avere il verde come strumento paesaggistico? Chi credeva nel piantare boschi o nel seminare prati? E pensare che, come si è detto, gli esempi nel nostro paese non mancavano certo. Basterebbe una gita nelle quasi sconosciute cascine intorno al Castello di Racconigi, in Piemonte, per rendersene conto: viali, campi, mulini, boschi e bialere testimoniano il ben riuscito tentativo del Re Carlo Alberto di plasmare un territorio, soprattutto quello di sua proprietà, vicino al Castello, in modo gradevole ed efficiente... Purtroppo però in Italia una vera e propria legislazione in materia di paesaggio è arrivata tardi, nulla in confronto alle gloriose tradizioni d’oltralpe, là dove la macchina dello Stato aveva da tempi insospettabili imparato a confrontarsi con le esigenze di un territorio ormai unificato da secoli (e a formare funzionari e dirigenti sensibili ed attenti al problema). Lo si può intuire facilmente percorrendo l’autostrada che da Torino porta a Pinerolo, con le sue dune fitte di carpini, di pioppi, di prunus e di salici a nascondere lo sfrecciare delle automobili: non per nulla un’opera del bravissimo francese Henri Coumoul. Per i paesaggisti italiani è tempo di recuperare il ritardo: un immenso lavoro di riqualificazione del nostro maltrattato ed abusato paesaggio li sta da decenni aspettando...

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