[Sommario - Numero 24]
ultima banconota

Draghi & C. oggi eroi domani chissà

Ieri Alan Greenspan, oggi Mario Draghi. I banchieri centrali sono ormai a pieno titolo celebrity internazionali. La FED di Greenspan accompagnò la più lunga e stabile fase espansiva dell’economia americana. La BCE di Draghi ha scongiurato la fine dell’euro, il più grande esperimento di politica monetaria a memoria d’uomo.

Il paragone potrà sembrare irriguardoso: la reputazione di Greenspan non è più quella di un tempo. A torto o a ragione, è il principale indiziato per la crisi finanziaria del 2007-2008. La vulgata è che sia stato troppo di manica larga con le grandi banche. In realtà, l’assunzione di rischi probabilmente eccessivi è stata semmai incentivata dalla cosiddetta “Greenspan put”, cioè dalla possibilità di intervenire discrezionalmente per salvare questo o quello. Inoltre, furono i tassi d’interesse, tenuti consapevolmente bassi dall’11 settembre in avanti per dare ossigeno all’economia americana, a gonfiare la bolla immobiliare.

La reputazione del salvatore dell’euro s’intreccia anch’essa con tassi d’interesse bassi o negativi. Operazioni straordinarie, acquisto di titoli di Stato, “quantitative easing” sono il nastro adesivo con cui Draghi ha tenuto assieme l’Europa. Sugli effetti di stimolo all’economia, sono in molti ad essere scettici: ma la critica prevalente, fra gli studiosi come fra i politici, è che la banca centrale avrebbe dovuto fare ancora di più. Tutti sono convinti che debba essere la politica monetaria a farci superare la crisi: perlomeno nell’attesa che altri strumenti di politica economica vengano anch’essi “europeizzati”.

E tuttavia non c’è medaglia senza il suo rovescio. I tassi d’interesse bassi o negativi ai quali ormai ci siamo abituati non aiutano le banche a fare il loro mestiere, che sarebbe per l’appunto prestare denaro in cambio di un’interesse, e le spingono probabilmente verso altre attività. Complicano la vita di assicurazioni e fondi pensioni, che di norma fanno investimenti a basso rischio, i quali rendono sempre meno.

Certamente, le politiche non convenzionali aiutano i governi: ma se posso indebitarmi a basso prezzo, perché ridurre le spese? Le “riforme strutturali” sono di fatto scomparse dall’agenda politica proprio per questo motivo.

Il nuovo corso della BCE è in netto contrasto con l’idea che l’ha ispirata sin dalla fondazione. Proprio dover occuparsi soltanto della stabilità dei prezzi ne garantiva l’ “indipendenza”: focalizzato su un’unico obiettivo, era l’istituto di emissione di ventisette stati e, dunque, di nessuno di essi.

Ma se incarichiamo la politica monetaria di agevolare la ripresa, salvaguardare l’occupazione, garantire la macrostabilità finanziaria, la sterilizzazione delle pressioni dei governi diventa impossibile.

La politica, del resto, cerca da sempre di manipolare l’offerta di moneta. Per centinaia di anni essa era in buona sostanza regolata dall’espansione o dalla contrazione di disponibilità di oro. I sovrani anche allora cercavano di indebitarsi quanto più possibile: per questo biasimavano l’assoluta arbitrarietà di quel meccanismo. Ma se era arbitrario, non era discrezionale: contava la scoperta di nuovi filoni auriferi e il commercio internazionale, non la decisione consapevole di un essere umano. Le scelte dei banchieri centrali sono senz’altro più ragionate e ponderate: eppure non è detto che siano sempre corrette. Anche i signori della moneta sono esseri umani, anche loro sono sorpresi dalle novità e dai rovesci della sorte. Possono finire come Greenspan: tanto maggiore è l’autorità che riconosciamo loro, e tanto più grande può essere il discredito cui saranno sottoposti, all’arrivo della prossima crisi. A fare il direttore d’orchestra del mondo, il rischio è di finire al patibolo per una nota stonata. Gli stessi leader politici che oggi sono convinti che la soluzione di tutti i nostri problemi passi dalla BCE sono pronti a farne, domani, un capro espiatorio.

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