[Sommario - Numero 23]
in birmania la sfida della lady

Una piccola Malala è già nata nelle scuole dei migranti

Dopo le libere elezioni dello scorso novembre, il processo di democratizzazione in atto da ormai cinque anni in Myanmar sembra stia procedendo a passi sempre più svelti. Il 2016 è stato segnato dall’insediamento di un Parlamento democraticamente eletto (per il 75% dei membri) e dalla nomina di un Presidente largamente accettato e proveniente dal partito vincitore, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), fondato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Nonostante i successi ottenuti finora però, il processo di democratizzazione in sé non sembra sufficiente a risolvere i problemi delle minoranze: circa il 40% della popolazione in un Paese lacerato dai conflitti interni sin dalla sua fondazione.

I conflitti inter-etnici rappresentano una delle principali cause della grande diaspora birmana. Nella classifica delle Nazioni Unite, il Myanmar è il settimo al mondo per numero di rifugiati (quasi mezzo milione), di cui 376.500 sfollati interni e il resto suddivisi tra Thailandia e Malesia. A questi si aggiungono poi i milioni di migranti che negli ultimi sessant’anni hanno lasciato il Paese a causa dei conflitti ed estrema povertà. Molti di loro si sono concentrati negli Stati vicini, lungo il confine, dove sono impiegati, spesso illegalmente e in condizioni molto precarie, nel settore della pesca e del turismo, nelle fabbriche e nei cantieri. Solo in Thailandia, uno Stato che conta pressappoco lo stesso numero di abitanti dell’Italia, si stima vivano tra i due e i tre milioni di migranti provenienti dal Myanmar.

In questi Paesi di confine, i figli dei migranti raramente hanno accesso all’istruzione pubblica e la risicata minoranza istruita frequenta centri di apprendimento, scuole non ufficiali gestite in larga misura da organizzazioni non governative, che mirano a garantire un livello base d’istruzione ai giovani Karen, Shan, Chin, Mon e persino appartenenti all’etnia maggioritaria, quella birmana. Ma da queste parti l’etnia fa poca differenza, la maggior parte di essi in ogni caso è costretta ad abbandonare gli studi all’età di 12 anni per dedicarsi all’attività lavorativa a tempo pieno. È in una di queste città di confine che da diversi mesi presto servizio come insegnante per i bambini e gli adolescenti migranti. Ed è qui che ho cercato di capire come stanno vivendo questa fase di cambiamento le nuove generazioni più svantaggiate. Il dibattito politico istituzionale sembra concorde nell’identificare tra le priorità del nuovo governo il ripristino dei diritti fondamentali di una democrazia moderna: libertà di opinione e di espressione, libertà di riunione e di associazione e, non ultimo, la riaffermazione del diritto di voto. Ma a migliaia di chilometri di distanza dai centri del potere, la percezione è diversa: qui a prevalere è il desiderio di avere accesso all’istruzione, alla cittadinanza, all’uguaglianza e alla non discriminazione. «Il problema principale nella mia comunità è rappresentato dai tanti bambini che non vanno a scuola» ha scritto Thin Thin Ei, una studentessa Karen dell’ultimo anno. «Quelli più piccolini scorrazzano abbandonati per strada, mentre i più grandi lavorano già nelle fabbriche». Anche lei ogni sera, finita la scuola, lavora con il padre in una delle fabbriche di pesce della città, che giorno e notte impiegano migliaia di migranti con un salario di neanche un euro all’ora. Probabilmente proviene da uno dei villaggi dello Stato Kayin, a sud del Paese, dove ancora si combatte: quando le ho chiesto i suoi piani dopo il diploma mi ha risposto che in Myanmar non può tornare. «Il mio sogno è quello di diventare Sayerma (“insegnante” in lingua birmana) per trasmettere ciò che ho imparato ai miei concittadini e permettere loro di aver un futuro migliore». Quasi un sogno irrealizzabile: per una adolescente figlia di migranti spesso è il senso di sottomissione, impotenza o rassegnazione ad avere la meglio rispetto al cambiamento. Per cercare di lasciare aperta la porta dei loro sogni, ho raccontato ai miei allievi la storia di un’altra adolescente, la pachistana Malala Yousafzai, che ha fatto del diritto all’istruzione la sua missione. L’ultimo giorno di scuola, durante la consegna dei diplomi, Thin Thin Ei mi è corsa incontro: «Sayerma, Sayerma, ho fatto un colloquio per insegnare ai più piccoli in un altro centro d’apprendimento per migranti birmani della città». In un momento di cambiamenti storici per il Paese, è bello pensare che forse qui, tra i migranti emarginati al confine, vedremo crescere una futura Malala del Myanmar.

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