la spia è sempre accesa

Paolo Genovese: «La nostra vita nascosta nei telefonini. Parliamone»

ANSA

L’idea di «Perfetti sconosciuti» viene da una frase di Gabriel Garcia Marquez che mi aveva molto colpito: «Ognuno di noi ha tre vite, una vita privata, una vita pubblica e una vita segreta». Quest’ultima, nel mondo in cui viviamo oggi, sta nei cellulari, che sono diventati la scatola nera delle nostre esistenze. Il gioco folle dei protagonisti del film, e cioè rendere pubblici i contenuti dei telefoni, consente di esplorare zone d’ombra, serve a farci comprendere fino a che punto conosciamo veramente chi ci sta accanto e comporta una lunga serie di sorprese che riguardano, fondamentalmente, tre settori, i tradimenti, l’accettazione del diverso, i piccoli segreti quotidiani ovvero le idiosincrasie che teniamo per noi e non vogliamo condividere con nessuno. Intorno a questi argomenti abbiamo costruito il film, e il risultato mi ha fatto capire di aver smosso qualcosa di profondo, di aver toccato corde importanti per tutti. Non ho mai ricevuto tanti messaggi, tweet, lettere, righe su righe, in cui mi si racconta l’effetto che la storia ha avuto in chi l’ha vista. La gente ha un bisogno enorme di parlare di quest’argomento, forse perchè ci siamo affidati troppo alla nostra coscienza tecnologica, forse perchè, mettendo nei cellulari la nostra intimità e i nostri pudori, abbiamo anche smesso di confrontarci davvero con gli altri.

«La gente ha un bisogno enorme di parlare di quest’argomento, forse perchè ci siamo affidati troppo alla nostra coscienza tecnologica, forse perchè, mettendo nei cellulari la nostra intimità e i nostri pudori, abbiamo anche smesso di confrontarci davvero con gli altri»

L’uso fisiologico delle tecnologie ci rende più liberi, perché possiamo avere informazioni su tutto quello che accade nel mondo. Dall’altra parte c’è il pericolo dell’uso patologico, soprattutto nei rapporti interpersonali. Possiamo comunicare, in qualunque momento, con trenta persone insieme, ma non stiamo più al bar con gli amici, i corteggiamenti si fanno con gli sms, così la timidezza è sparita, non si arrossisce più...La qualità delle nostre relazioni è determinata dalle possibilità di un mezzo tecnologico e questo, alla fine, limita la nostra autonomia.

Nella sfera sessuale i riflessi di tutto questo sono particolarmente evidenti, non a caso le statistiche hanno dimostrato che gli smartphone hanno fatto aumentare la percentuale delle infedeltà. Chiunque può intrattenere una relazione virtuale, è molto più facile conoscersi, e anche trasgredire, ma la cosa più importante è che oggi la rete ti dà la possibilità di stabilire il livello della trasgressione, di scegliere fin dove arrivare, di dosare con gradualità le proprie esternazioni. Attraverso le pagine Facebook si possono conoscere anime, gusti, pensieri che, magari, non si avrebbe il coraggio di rivelare altrove. L’importante è non diventare schiavi di questo meccanismo.

«Oggi la rete ti dà la possibilità di stabilire il livello della trasgressione, di scegliere fin dove arrivare, di dosare con gradualità le proprie esternazioni»

Sul set, mentre giravamo, ho notato che ognuno degli attori del film ha un legame diverso con la tecnologia. Giuseppe Battiston non ha quasi nulla, sì e no un telefonino. Edoardo Leo e Anna Foglietta sono molto social, usano tutto. Valerio Mastandrea è combattuto, usa Instagram e WhatsApp, ma il suo è un rapporto di amore-odio. Per quanto mi riguarda, cerco di non farmi fagocitare, nel privato non uso i social, ma nell’ambito professionale sì, e molto. Per un regista è importante poter misurare la percezione del lavoro svolto, i social sono una grande platea che ti comunica reazioni, valutazioni. Quello che conta è il riscontro qualitativo, non solo quello quantitativo, e la Rete, in questo senso, è utilissima, perchè riporta tutta una serie di dati essenziali. Su questo film non sono riuscito a trovare un solo commento negativo, ma so che non bisogna fare solo quello che piace alla gente...

Il grande spartiacque, secondo me, sta nella consapevolezza. Se uno ce l’ha, può costringersi a fare delle cose, a vedere di più le persone invece che limitarsi a mail, sms e cose simili. Io ci provo. Se vado a cena con qualcuno mi impongo di dimenticare l’esistenza del cellulare. Quest’estate ho fatto un viaggio con la mia famiglia, siamo andati negli Stati Uniti, ho visto che i miei figli, ma anche io, viviamo la vita con 20 gradi in meno. Davanti all’immagine più bella, a un tramonto, a un panorama, stiamo sempre con lo sguardo abbassato sul telefono perchè se non fotografiamo, se non “postiamo” e se non condividiamo, è come se non avessimo visto nulla. E invece no. Non dico che bisogna tornare al citofono, però certe volte è bello godersi l’attimo, senza preoccuparsi di doverlo fermare.

(conversazione con Fulvia Caprara)


[Numero: 19]